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Neil Novello vive a Bologna. Per sua cura sono
usciti i volumi Al trionfo dell’esserci. Teoria e
prassi nell’ultimo cinema di Pier Paolo Pasolini (Manent,
Firenze 1999), Pier Paolo Pasolini. Generi e figure
(Mediateca Marche, Ancona 2001), Eversori e martiri.
Attraverso Artaud, Conrad, Genet, Nizan (Pendragon, Bologna
2002), L’aurora immortale. Le arti e il cinema
(Gedit, Bologna 2004), La sfida della letteratura. Scrittori
e poteri nell’Italia del Novecento (Carocci, Roma
2004). Rosa meridiana (2004) è il suo
primo libro di poesia.
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Postfazione
Verso, fiore, madre. Così è scandito Rosa
meridiana, gesto d’esordio poetico per Neil
Novello. Ventisette testi a segno di un dolore, di una preghiera,
dell’inesauribile presenza di chi se ne è andato.
La lingua, qui quella dialettale, opprime, incide una soglia tra i
presenti e gli assenti. Sulla soglia sono convocate le voci, quella di
«un nudo figlio» quella della
«madre». E se la madre è
«meridiana», la poesia è il
«meridiano».
Immediato viene il nome di Celan, sin dal titolo. Per la
concentrazione, il paesaggio, la ‘sintassi’: sotto
il segno della ferita, della «crepa», di un
«patto» inestinguibile, rimesso in gioco proprio
dalla morte, dal morire.
In quale luogo abita la voce poetica? Da dove parlano questi versi? Di
chi sono? Si potrebbe rispondere proprio con Celan: «di colui
il quale non dimentica che sta parlando sotto l’angolo
d’incidenza della sua propria esistenza, della sua condizione
creaturale»; di colui che «esposto nel senso
più inquietante della parola, s’accosta con la
propria esistenza alla lingua, ferito di realtà e
realtà cercando».
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C’è la neve, il sangue, il
fuoco. Assai poco simboli, quanto piuttosto incarnazioni della lingua,
reinvenzioni di una presenza perduta.
Ci sono fiori, petali, pietre. Sono il tempo fatto carne e memoria
bianca che vuole scriversi nella carne del tempo.
C’è la luce e il fondo della luce, ovvero una
«svolta», un «battito» e un
«cieco al ritorno».
C’è la Rosa madre e la madre poesia, e chi parla
è un senzaluce che ritorna alla madre. Edipo è
cieco, la luce è il verso, il verso il filo del tempo, il
battito ferito del cuore.
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La madre è
«meridiana», è luce che s’alza
nel buio; la poesia è «meridiano»,
attra-versamento verticale dentro la «mezzanotte».
Chi parla è «solo - tra petalo e mondo».
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C’è il tu e il noi:
«tuni sbota nta notti / e Tuni […] // I nua nu
mmommu e tuni». L’assetto pronominale è
una scena di muti preganti - «Parlera mutu i tia, o juru e
rusariu…» -, e la voce, le voci sono come
dislocate in un fuori tempo: quello della lingua. È
così il tremore ritmico a tentare di ricostruire una
temporalità al detto, una realtà alla nostalgia.
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Il dialetto calabrese è il sogno di una lingua madre - che
è lingua di poesia. La densità sonora si chiude
su se stessa, quasi percussivamente, quasi a proteggere la visione. Si
prendano ad esempio versi come «amu rirutu d’addiu
aru segretu i l’ura», o come «E
l’argientu i l’anni ara gorgia ’nganna, /
e anni nua. Ara carna di juarni», o un testo come
Sulu e sangu nelle sue omofonie e mutazioni paronomastiche.
Si vedrà come la circolarità perfettiva diventa
una struttura profonda volta non tanto a compiere l’evento
nella tessitura retorica, quanto a ripararlo
dall’aleatorietà della lingua. I lievi scarti
fonici danno la misura di un’approssimazione sillabica,
vocalica verrebbe da dire, alla visione. E tale avvicinamento, lo si
percepisce in tutto il libro, è una «feddra funņa
aru fiancu».
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Rosa meridiana è libro
degli antipodi. Materia contro materia; corporeo verso incorporeo
(«E cadia ’ncianzu supra a Rosa»);
realismo e nostalgia; tempo contro tempo; meridiana nella mezzanotte.
Un canzoniere, un rosario di luce. Dal buio.
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Vitaniello Bonito
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A juru i matre
A juru i matre. Amu sintutu chiangi
u tiempu. E mmilinà uocchi.
Amu chiantu nua. Amu tannu: suli.
Mo vrusci juri ara raggia, uominu.
E l’ortenzia stenna n’abbientu d’anni.
Uocchiu tu l’argientu. Muti nua
amu rirutu d’addiu aru segretu i l’ura.
A fiore di
madre
A fiore di madre. Sentimmo piangere / il tempo. E avvelenarsi occhi. //
Piangemmo noi. Abbiamo allora: soli. // Ora bruci fiori alla rabbia,
uomo. / E l’ortensia stende una pace di anni. // Occhio tu
l’argento. Muti noi / ridemmo d’addio al segreto
dell’ora.
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Sulu e sangu
Sagliammu aru tiempu, Rosa
- cinnira e nenti u sulu -
l’anni ara vampa e cuntraviantu.
U pedu nta streva e petri,
ragatu viersu. Scurnatu
e u munnu vilenu nta salu. Fujiadi
u fiscu i Rosa, na manna i nua.
Ma n’amaru. U pedu nta streva
e u cuzziattu na contra i sangu.
Suli spiriti nua supra u chianu.
L’ecu ara macchia, e ccu l’ura pirduta
libbira u passu e mai vulammu.
Sole e sangue
Salimmo al tempo, Rosa / - cenere e nulla il sole - / gli anni alla
fiamma e controvento. // Il piede nella staffa e pietre, / trascinato
verso. Offeso / e il mondo veleno in sale. Fuggiva // il fischio di
Rosa, una manna di noi. / Ma un amaro. Il piede nella staffa, / e la
nuca un grumo di sangue. // Soli spiriti noi sulla pianura. /
L’eco alla macchia, e con l’ora perduta / libera il
passo e mai volammo.
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Suannu
U suannu du scurnatu scanna
e ghinchia tu a vucca i salu.
Lassa u ’mpiarnu ’mpiarnu
’mpucammu a campà pirduti.
E ’mpucammu i sianzi.
Juru i stata. E salu ’mmucca.
U tiempu torciadi: a na sponda i jumu
santi. Ma sicca a jumana sicca.
’Nsunnammu na sgogna i paci
ma vulamu sciddri nta jumu i salu.
Sogno
Il sogno dell’offeso scanna / e riempi tu la bocca di sale.
// Lascia l’inferno inferno / e bruciammo a vivere perduti.
// E bruciammo i sensi. / Fiore d’estate. E sale in bocca. //
Il tempo torce: a una sponda di fiume / santi. Ma secca la fiumana
secca. // Sognammo un andito di pace / ma voliamo ali in fiume di sale.
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