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Giusi Maria Reale è nata a Niscemi (CL)
nel 1961. Si è laureata in filosofia
all’Università di Catania e insegna Italiano e
Latino nelle Scuole Superiori.
Fa parte della redazione della rivista Altroverso,
per la quale cura le relazioni con i collaboratori francesi e le
traduzioni dal francese (Paul Braffort, C. Pricop, Philippe De Meo,
Irini Stathi). In questa rivista sono apparsi due suoi saggi: L’azzardo
del giacinto sull’idea di bellezza in Cristina Campo,
e Gli specchi e la spada - Relatività ontologica e
onestà della ricerca in Bufalino e Sciascia.
Collabora inoltre con la rivista Verifiche, del
Canton Ticino, per la quale cura una rubrica di poesia al femminile.
Ha pubblicato profili critici di Ingeborg Bachmann, Antonia Pozzi,
Alejandra Pizarnik, Marina Cvetaeva e Amelia Rosselli.
Ha vinto il 1° Premio Internazionale Poesia e Letteratura
“Nuove Lettere” dell’Istituto Italiano di
Cultura di Napoli, XIII edizione 2003, sez. narrativa per la raccolta
di racconti Worlville. È stata membro
della giuria del Premio di poesia “M. Gori” e ha
coordinato il progetto storico-culturale “Le
Piazze” finanziato nel 2004 dalla Regione Sicilia.
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Postfazione
Il sincretismo mitico e la sostenutezza tonale caratterizzano questa
raccolta poematica di Giusi Reale, strutturata senza infingimenti
né cedimenti su grandi temi, sbilanciata sul futuro e in
bilico tra infinite aporie, in nome di una poesia che osi andare alla
ricerca delle proprie fonti. Ecco quindi che l’Occidente in
cui noi ci situiamo apre un dialogo con l’Oriente, o meglio
inventa una «molteplice unità» a partire
da una magmatica ricchezza che, dalle sorgenti assiro-babilonesi,
persiane ed egizie, trapassa nella cultura greco-romana e in quella
cristiana: una prova quasi a caso, che nel testo ha riferimenti
precisi, è la discendenza almeno culturale dei miti relativi
al dio smembrato: la dea Tiamat, Osiride, Dumuzi-Tammus-Rimmon-Adonis,
Urano, Orfeo, Cristo. Quello di Giusi Reale non è quindi un
Oriente di suggestioni paesaggistiche o di profonda
Alterità, bensì il complemento neces-sario a una
indispensabile unità.
Che poi queste suggestioni siamo rintracciabili, in Italia, in una
precisa linea poetica - il Mitomodernismo di Giuseppe Conte e dei suoi
più giovani seguaci ed epigoni - è utile
tutt’al più a definire un labile territorio
comune: troppo intenso è questo libro per parlare di
influenze, e soprattutto troppo riuscito quanto ad architettura dei
temi e invenzione di una voce lirica che, sulla base di un tessuto
ritmico nitido e per lo più regolare, modula riflessioni e
invocazioni che non rifiutano una patina di antico, conferita da uno
slancio quasi whitmaniano, dalla forza retorica degli accenti, dalla
ricca e incessante metaforizzazione e infine da un lessico non di rado
prezioso, con inversioni e costruzioni desuete che è compito
della poesia mantenere in vita.
Va precisato che quella di Giusi Reale non è poesia
religiosa bensì una poesia avvertita del trascendente, in
cui l’afflato verso la divinità è un
mezzo per raggiungere l’umano, definirlo e porlo al centro
della scena, di fronte a un mondo inafferrabile ma com/prendibile
attraverso la poesia. È del resto un mondo retto e
raccontato da grandi forze mitiche, quindi governato dal divenire e dal
mutamento: qualunque compiutezza, dice L’effimera
compiu-tezza della rosa (p. 14), è contraria a
questa logica di incessante mutamento e divenire (nelle parole di
Spenser: «For, all that moveth, doth in Change
delight»). Se c’è compiutezza, dice la
poetessa, è effimera, a causa della morte verso cui tutto
precipita.
Più che in un ordine fittizio (geometrico o scientifico che
sia) la Verità, la Bellezza e la Giustizia (per riprendere
la triade) stanno nella molteplicità: quel
«molteplice senza disordine» che è
personificato (p. 22) dalla chioma di Berenice e che una certa
speculazione novecentesca ha rivalutato come indecidibilità
e indeterminatezza. Incompiutezza, mancanza e assenza sono in fondo
consustanziali all’essere umano, il quale vive nel Tempo e da
questo è convocato e nominato proprio per ricevere a sua
volta il potere - etico e non tecnico - di svelare e nominare il mondo
in cui è: una esistenza che non può mai rifiutare
l’aporia finale:
l’essere il Tempo
il fiume e il suo fluire via (p. 30).
Mauro Ferrari
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II. DEL PRINCIPIO DELL’EQUIVALENZA
L’effimera compiutezza della rosa
Nell’iperbole esatta del fiorire
posa il laccio leggero della rosa
forma panica e suono delle sfere
senza tempo dei cieli riversati
sulle gole di latte degli amanti
che contendono ali a uccelli e miglio
e i discendenti vocano alla vita
ineludibilmente.
Ogni equilibrio mima la caduta
ed è la ruga il segno della diga
che erompe silenziosa dalla faglia
di serpe ombrosa e lesta a nozze impure
quando un pallore di bellezza in fuga
cola dalla stanchezza della rosa
ed il dis-astro chiama al mutamento
il cosmos1 senza tempo.
Essere e non esistere è agguato
dell’anima perenne ed un sigillo
di germinazione sull’amara corteccia
del rabarbaro accende l’elicriso2
ma della rosa l’umiltà perfetta
non infetta e lascia al diànto e
all’èchide
il compianto e la doglia.
Anima è espiazione dei cuori infausti
al tempo come prole disseminata al vento
e alle filiere della disforìa
se nella rosa dissennatezza è pegno
di armonia se male ogni stagione
impiglia alle sue reti e ai nidi fuga
gli echi delle nenie e dà ai travagli
il suo triste blasone.
Stella stillans se solo rosa rorans3
(dov’è l’inizio della dissoluzione?)
Kyrie si levi intorno al nostro nome
sul casto stare della ninfea
altera e sull’eterna aberrazione
che crede il parsec
misurare le stelle.
1 Ordine, dall’etimologia greca
2 Fiore dei campi Elisi, in richiamo al giacinto
(vedi anche W. Carlos W.)
3 Rosa rorans bonitatem, stella stillans
claritatem
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