i libri

Roberto Agostini

 

Plaquette

2011

ISBN-13: 978-88-7536-293-5

pp. 64

cm 15x21

€ 10,00

 

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L'autore

Roberto Agostini, nato a Milano dove vive e lavora. Giornalista, critico teatrale e dirigente editoriale, appassionato di musica e arte. Questa è la sua seconda raccolta di poesie dopo Mattini antartici (Cierregrafica, 2008).
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I testi

 

Leggere la poesia con i sensi
 
In Bright Star (2009), film di Jane Campion dedicato agli ultimi anni di vita di John Keats, possiamo seguire le riflessioni dei protagonisti sulla poesia (che cosa significa scriverla, recensirla, leggerla). Fra le affermazioni di Keats ve n’è una che equivale a una dichiarazione di “poetica della lettura”. Keats intende smontare la cattiva fama della poesia come difficile, ostica, incomprensibile e le sue parole suonano all’incirca: «La poesia si legge anzitutto con i sensi». Ovviamente la poesia non si legge solo con i sensi ma quello sensoriale è il primo fondamentale passo, l’approccio che permette di “sentire” il ritmo – il “respiro” – dei versi. E sentire il ritmo significa capire meglio quel che i versi intendono dirci.
Il respiro che attraversa Plaquette è quello di una scrittura fisica e corporea, che scava dentro una materia viva, in ebollizione: «Ora comprendo mistica rapidità la bocca sanguinolenta / e lieta / che mai avrò per destino, / destino femminile». Questi versi, tesi e densi, esemplificano anche l’asse tematico portante della raccolta: il dialogo del poeta con l’alterità femminile (dialogo che è soprattutto un interrogarsi).
L’elemento “aereo”, visibile nella disposizione di versi e parole singole sulla pagina, è la conseguenza di un materismo di fondo; traduce energie e urgenze che dall’interno si dirottano all’esterno in più direzioni.
Sono un flusso inarrestabile, queste poesie. A tutta prima i versi possono apparire oscuri, tanta è la ricchezza di concetti, immagini e invenzioni lessicali e stilistiche. In realtà ci coinvolgono con grande immediatezza: scorrono (anzi corrono) come una confessione che non usa filtri né camuffamenti (è il versante “domestico” annunciato dal titolo di una poesia, cui contribuisce, certo, e non senza una vena ironica, anche il voluto “riduzionismo” di plaquette).
Eppure non mancano rallentamenti e interruzioni, come è giusto che sia per un movimento che si vuole naturale. Le pause si caricano di una chiara funzione strutturale: allacciano i versi con “finte” cesure; innescano un andare che si arresta solo allo scopo di ripartire, secondo un procedimento stop and go.
Infine è sicuramente stupefacente il fatto che queste poesie, benché scritte in un breve intervallo di tempo, abbiano una salda identità formale. L’andamento “effusivo”, con le sue originali e libere diramazioni, viene comunque governato. Nessuna spinta espressiva viene soffocata, ma niente viene abbandonato alle mani del caso.

                                                                                                           Adelio Fusé
 

 

* * *


dove sei e dove sei
 


chiuso nel mio rifugio sento la pezza
fatta di lana
e la stella
stessa
e la tua bocca
che è stata una ridicola cesura

e quando la tormenta batterà
dall’alba
scambieremo
neve eterna

continua
e di seta avvolgi frutta
perché conosco il bruto
sui quaderni d’aquiloni

 

* * *


monologo all’alba
 


fai che si giri e la ruota
          coi suoi denti
          in polvere
          sia fragrante
          come la prima scuola
          come un piatto e un cieco
amore dipinto ormai
          vaso
          muto
splendore del vecchiume
ora, tornando all’articolazione, concedi
                              a questo barlume
   e se stai promettendo

                 leva la minuscola ostia
   e se stai passando
                 nella migrazione artico
                                  indumento
e artico
falò
di ogni specie

 

* * *

 

ultima servitù
 


Nelle dita piegate della sera,
mentre il giorno si ritraeva, facevi il tuo
quadro, a quest’ora appena sonoro.

La stoffa scesa sulle scarpe
massa di tinte confuse, per i bui.
Il garbuglio aspetta,
forse un orlo, se avessi possibilità
di velluto.

Ma non taglio più tela e fisso solamente l’artigiano,
l’arido tempo che si è mangiato, cullandomi
in ori di Siena,
come se nemici ed amici
non dimenticassero di parlarsi,
a quest’ora dei deserti.

Ma non l’eremita
negli unghioni di Giotto.
Sono il calice.


Milano, maggio 2010

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