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Leggere la
poesia con i sensi
In Bright Star (2009), film di Jane Campion dedicato
agli ultimi anni di vita di John Keats, possiamo seguire le
riflessioni dei protagonisti sulla poesia (che cosa
significa scriverla, recensirla, leggerla). Fra le
affermazioni di Keats ve n’è una che equivale a una
dichiarazione di “poetica della lettura”. Keats intende
smontare la cattiva fama della poesia come difficile,
ostica, incomprensibile e le sue parole suonano all’incirca:
«La poesia si legge anzitutto con i sensi». Ovviamente la
poesia non si legge solo con i sensi ma quello sensoriale è
il primo fondamentale passo, l’approccio che permette di
“sentire” il ritmo – il “respiro” – dei versi. E sentire il
ritmo significa capire meglio quel che i versi intendono
dirci.
Il respiro che attraversa Plaquette è quello di una
scrittura fisica e corporea, che scava dentro una materia
viva, in ebollizione: «Ora comprendo mistica rapidità la
bocca sanguinolenta / e lieta / che mai avrò per destino, /
destino femminile». Questi versi, tesi e densi,
esemplificano anche l’asse tematico portante della raccolta:
il dialogo del poeta con l’alterità femminile (dialogo che è
soprattutto un interrogarsi).
L’elemento “aereo”, visibile nella disposizione di versi e
parole singole sulla pagina, è la conseguenza di un
materismo di fondo; traduce energie e urgenze che
dall’interno si dirottano all’esterno in più direzioni.
Sono un flusso inarrestabile, queste poesie. A tutta prima i
versi possono apparire oscuri, tanta è la ricchezza di
concetti, immagini e invenzioni lessicali e stilistiche. In
realtà ci coinvolgono con grande immediatezza: scorrono
(anzi corrono) come una confessione che non usa
filtri né camuffamenti (è il versante “domestico” annunciato
dal titolo di una poesia, cui contribuisce, certo, e non
senza una vena ironica, anche il voluto “riduzionismo” di
plaquette).
Eppure non mancano rallentamenti e interruzioni, come è
giusto che sia per un movimento che si vuole naturale. Le
pause si caricano di una chiara funzione strutturale:
allacciano i versi con “finte” cesure; innescano un andare
che si arresta solo allo scopo di ripartire, secondo un
procedimento stop and go.
Infine è sicuramente stupefacente il fatto che queste
poesie, benché scritte in un breve intervallo di tempo,
abbiano una salda identità formale. L’andamento “effusivo”,
con le sue originali e libere diramazioni, viene comunque
governato. Nessuna spinta espressiva viene soffocata, ma
niente viene abbandonato alle mani del caso.
Adelio Fusé
* * *
dove sei e dove sei
chiuso nel mio rifugio sento la pezza
fatta di lana
e la stella
stessa
e la tua bocca
che è stata una ridicola cesura
e quando la tormenta batterà
dall’alba
scambieremo
neve eterna
continua
e di seta avvolgi frutta
perché conosco il bruto
sui quaderni d’aquiloni
* * *
monologo all’alba
fai che si giri e la ruota
coi suoi denti
in polvere
sia fragrante
come la prima scuola
come un piatto e un cieco
amore dipinto ormai
vaso
muto
splendore del vecchiume
ora, tornando all’articolazione, concedi
a questo barlume
e se stai promettendo
leva la minuscola ostia
e se stai passando
nella migrazione artico
indumento
e artico
falò
di ogni specie
* * *
ultima
servitù
Nelle dita piegate della sera,
mentre il giorno si ritraeva, facevi il tuo
quadro, a quest’ora appena sonoro.
La stoffa scesa sulle scarpe
massa di tinte confuse, per i bui.
Il garbuglio aspetta,
forse un orlo, se avessi possibilità
di velluto.
Ma non taglio più tela e fisso solamente l’artigiano,
l’arido tempo che si è mangiato, cullandomi
in ori di Siena,
come se nemici ed amici
non dimenticassero di parlarsi,
a quest’ora dei deserti.
Ma non l’eremita
negli unghioni di Giotto.
Sono il calice.
Milano, maggio 2010
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