i libri

Eliza Macadan

 

Passi passati

ISBN-13 978887536391-8

2016

pp. 90

cm 12x21

€ 14,00

 

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L'autore

Eliza Macadan, nata in Romania nel 1967, ha esordito in volume nel 1994. Scrive e pubblica in italiano, romeno e francese. Le sue raccolte poetiche in lingua italiana sono: Frammenti di spazio austero, Il libro italiano, Ragusa 2001; Paradiso riassunto, Joker, Novi Ligure 2012; Il cane borghese, La Vita felice, Milano 2013 e Anestesia delle nevi, La Vita felice, Milano 2015. La sua poesia è stata ben accolta dalla critica e ha ricevuto vari riconoscimenti.
Quando non scrive traduce poesia in italiano, francese e rumeno. Tra le sue opere come traduttrice, l’antologia di poesia contemporanea italiana La mano scrive il suono, Eikon, Bucarest 2014.

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I testi

Tra i versi di questo Passi passati si respira un’aria pesante, ferma, come se ci si affacciasse su una realtà purgatoriale o kafkiana («caro amico, qui si uccide per legge»). In ogni testo si registra una qualche forma di protesta contro un vivere anonimo, privo di affetti e di slanci, cauto e pavido. Come già accadeva in precedenti raccolte la realtà si presenta frammentaria e incerta («un pezzo di cielo», «pezzi di donna», «resti di me cadono sulle scale»…), e questi frammenti, questa incompletezza, sono un veleno per il poeta: «l’infinito a briciole lo soffoca / a gocce lo annega». Tutto ciò che è separazione è ferita e impedisce il dialogo, mentre la poetessa vorrebbe certezze («vogliamo certezze riguardo l’universo / solo questo ci manca»), occasioni di condivisione per una crescita autentica («non avrei mai potuto scrivere / i tuoi libri / senza aver saputo amare come te») e un semplice, ma autentico, amore: «io sto da questa parte del tempo / tu dall’altra / fra noi l’eternità / spacca gli specchi».
Molti sono i momenti in cui il verso cerca di farsi dialogo, ed altri, quasi come una lontana risposta icastica per conservare almeno il vigore della voce nella palude del silenzio, in cui la parola si fa quasi aforisma.
Il malessere dell’autrice è sempre a un tempo esistenziale e sociale: in questa raccolta, salvo che nei testi così robusti della sezione centrale, la dimensione storica si è un poco ridotta a favore di un punto di vista più intimo e somatizzato, tuttavia la desolazione che investe sempre il microcosmo e il macrocosmo, facendoli peraltro specchiare l’uno nell’altro, fa scattare nell’autrice moti di orgoglio, di dignità. Certo la solitudine tinge ogni testo di questo libro («ci sono piogge nel sereno / il perimetro di una stanza / mai spunterà l’arcobaleno / mai un invito a una danza»; «anche i tramonti sono tramontati / sullo specchio della solitudine serale / cala come una foglia ingiallita / ogni pensiero che si azzarda a volare»), e la poesia sembra a tratti un rifugio isolato e non più uno strumento per leggere il proprio stare nel mondo, tuttavia alcuni testi mettono vividamente in scena una caduta, un cedimento seguito da un recupero delle forze: la poetessa non abdica, ma nemmeno finge di non patire l’umanissima stanchezza di chi si misura quotidianamente con gli abissi.
                                                                                   Sandro Montalto
 

* * *

 



al poeta basta
l’amore che entra
in una stanza d’albergo
in un solo poema
l’infinito a briciole lo soffoca
a gocce lo annega
il poeta si sopporta ogni attimo
inghiottito dal nulla
primo piatto per l’uomo africano
che si mangerebbe un’intera eternità
quella dove è stato dimesso
il poeta non ti garantisce niente di più
della sua piccola verità
spaventa luce e buio
che lui si mangia seduto
in tetto alla solitudine


 

* * *

 

ho avvertito l’infelicità
dal primo amore
ho avvertito il sapore della perdita
sul cammino che si srotolava davanti a me
arrivare qui
deporre le armi ai piedi del Mondo
non lottare perché non c’è causa
in discesa
la luce
cancella
la memoria
poi un attimo-secolo
in biblioteche con uno strano sentore di eternità
si cerca
inutilmente
quelli prima di noi e quelli dopo
prendo gocce di pioggia
per l’anamnesi
mi sdraio
cammino anch’io

 

 

* * *

 

c’è una via a Bucarest
si chiama della Speranza
nessuno dei riverani lo sa
ma un record è stato registrato lì
ho pianto tutte le lacrime e
ho esaurito tutte le indicazioni sbagliate
che mi chiedevano quelli che si imbattevano
in questa strada
tra me e me lo dico
ma credetemi lo stesso
i miglior versi possibili si scrivono qui
vengono fuori come la pioggia d’estate
rapidi freschi
puliscono l’aria dei polmoni
e salgono poi
verso il mio neurone responsabile
quello che non vuole arrendersi
alle cadute della carne
su questa strada non si può
sostare a lungo
affinché la speranza rimanga sveglia
giovane intatta
non so se sia il neurone che detta
questa regola
oppure il pensiero volante
sotto quel margine di mondo
qualcuno però lo sa
sa delle mie lacrime degli automobilisti
o i passanti smarriti
ne ha sentito qualcosa anche di una certa speranza
tizia o cosa non importa
ma non ci fa caso

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