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Giovanni Giudice

Nel giro dei giorni

2005

pp. 80

cm 12x21

€ 10,00

 

L'autore

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L'autore

Giovanni Giudice è nato a Imperia, dove vive, nel 1972. È insegnante.
Ha collaborato alle riviste letterarie Resine, Il Lettore di provincia, La Riviera ligure, La Scrittura e Frontiere. Con una poesia inedita inclusa nel presente libro, è giunto finalista al Premio “De Palchi-Raiziss” (New York-Verona, VI edizione, anno accademico 2003-2004; presidente della giuria, Franco Loi).

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I testi

 

Prefazione

La parola di Giudice trasmette misteri e riflette la totalità: basti osservare il virare di molte poesie, che prendono le mosse da uno spunto lirico per piegarsi al dolore spesso nascosto di un acre ma necessario racconto, affacciandosi a tratti sulle lande della preghiera intima e refrattaria ad ogni codice, solamente tesa a ribadire in sé la presenza del sacro (i «metafisici cieli»).
Giudice ama andare al cuore delle cose, dritto, non impietoso ma certo assetato di voce. Ogni composizione (con poche eccezioni quali paradossali schegge di una bomba inesplosa) sa farsi benedizione e supplica, ragionamento ed impressione, rifiuta ogni premura mondana obbedendo solo ad un’ansia metafisica che, in mancanza di precisi riferimenti (o forse delusa da molti tentativi di codifica e decodifica), si realizza nel fotografare l’attimo in grado di dilatarsi all’infinito; proprio il verso «Quest’ora bianca non si disferà» testimonia l’idea di un segreto e di una dignità che non sarà la memoria (ossia un valore aggiunto) a conservare, bensì sarà proprio il consustanziale valore di determinati attimi da preservare. Anche perché, come ben sapeva Borges, la poesia ci può saltare addosso in ogni momento, quindi da una parte i sensi (infiniti) devono restare sempre all’erta, dall’altra ogni attimo può racchiudere in sé non la poesia (sarebbe una considerazione ingenua: la poesia non è un soprammobile) ma la traccia necessaria per orientare la mente verso la possibilità di una riflessione che si concretizzi in parola degna di transitare nel mondo.
Basta leggere la poesia Versi dell’oltrevita, con il suo palleggiare o rimbalzare fra cielo e terra, dove (come dice Amleto) stanno più cose di quante la fantasia possa immaginare o la speculazione supporre. Un rimbalzare (errare con lo sguardo e il pensiero, cercare risonanze…) che si riflette in una concezione di universo non necessariamente vichiano (la storia ha poco spazio in questi versi) ma certo votato alla perpetua rigenerazione materiale e psichica nell’attimo, o comunque nella frazione di tempo osservabile: «Ciò che ci dice sempre lungamente / qualcosa che si frange - e si compone; proprio come / il sole e la caduta della pioggia»; si veda anche la paradossale cristallografia caotica dell’esistere: «Cristalli d’una vita che fluisce / informe e casuale…». Un’oscillazione im-mane, insomma, che visita cielo e terra, putredine («mézzo»; ma anche, con richiamo dantesco, accidia) e metafisica quali spinte costanti e laceranti dell’umano. Un’oscillazione, infine, che rende l’io mutevolissimo, inafferrabile: come sintetizza un bel verso «estranei proprio a noi i noi di oggi».
Che questa raccolta sia una planimetria mentale più che un percorso appare ovvio soprattutto se aguzziamo l’orecchio e facciamo attenzione ai rimandi, concettuali e non solo terminologici (la lingua è invece incaricata di consegnare minime incrinature, bivi che sussurrano possibilità: basti osservare il verso «I giorni passano i giorni» che gioca con il transitivo-intransitivo). La fitta rete di cui abbiamo parlato, che solidifica la raccolta, è una rete di interazioni e conflitti in gran parte sensuale, e fra i molti esempi legati alla sfera privilegiata della vista (non è quasi il caso di sottolineare la ricorrente azzurrità) notiamo la presenza del viola:

***
Neppure a dirvi addio ho fatto a tempo…
e l’albura
delle cose, che seguiva
al disperato viola in cui si dissipa
la Notte -

***
Questo ero
nel crudo sonno d’una notte
viola d’un pungolo
di angoscia.

Tale colore assume una forte valenza ad esempio nella poesia di Zanzotto, nella quale (lo notò soprattutto Niva Lorenzini) - pur senza voler sprofondare nella ungarettiana metafisica estetica dei colori - rimanda alla violenza dell’intervento umano sulla natura. Nella poesia di Giudice l’umano non è quasi mai esplicitamente citato o portato alla ribalta ma è presente, direi quasi incombe, ricordato ad esempio nei caseggiati sui quali rimbalza lo sguardo che vaga per il cielo, o depositario di una viola «angoscia» estranea alla natura, all’«uccello che volava alto, s’una striscia / di bianca sabbia» che ricorda fra i tanti Yeats, fra «un mare e un cielo / azzurrissimi».
Ben lungi dal pascersi nelle aride lande della poesia «assoluta» o della metafisica a buon mercato, Giudice propone una lettura della vita fatta di attimi isolati sulla pagina ma non nella mente, capaci di irradiare la loro unicità ma al tempo stesso di dialogare con gli anonimi ma necessari raccordi, i giorni di apparente quiete mentale e fisica, senza rivelazioni o intuizioni, nei quali però si prepara il terreno, maggese che promette rigogliose visioni del concreto.

 

Sandro Montalto

 

* * *

 

Versi dell’oltrevita


Cieli aperti, cieli d’un azzurro
più azzurro se li fissi. Un abitato
e la sua altissima mansarda, invecchiata
la figgi in su, più su, coi suoi colori
strani. Un oleandro di città, in un’isola
verde, in una brezza dolciastra,
un’isola del tempo. E su questo,
un colorito roseo dappertutto,
e su, più su, sopra le sagome,
l’azzurro dei metafisici cieli.

 

Luglio 1992

 

* * *

 

La sera vaporante
novembrina, a nubi basse,
nell’azzurro rotto da automobili
e da semafori occhieggianti,
venivi tu, nel corso,
accanto a me, le mani in tasca
noi, stampato sul tuo viso
circospetto e vittorioso un sorriso;
la striscia rossa della sera,
sul mare, che faceva
da cornice, a cui non prestavamo caso,
immersi nel nostro mondo vero,
trascorso un pomeriggio raro
di sole e quietitudine di uccelli;
a lungo poi bruciò questo tramonto
ad ogni dì che si rinnovellava,
svanì il centro della nostra vita
e mano a mano
cedeva al tratteggiarsi d’un ricordo.

 

4 settembre 1993

 

* * *

 

La sera della vita


Le nubi si distendono oscure
chiazze oleose sul mare e il promontorio,
luci confuse, distanti e vicine, quelle
con fasci arancioni nel paesaggio allucinato
aprentesi allo sguardo
da un corridoio scavato
sopra la costa, ai piedi d’una franosa
collina, avanzando in esso
in uno spedito procedere infernale
con in fondo,
                 forse
una speranza purgatoriale.

 

28 dicembre 2001
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Recensioni

  [Gianmario Lucini]  leggi

  15 febbraio 2004 [Raffaele Piazza]  leggi

Riconoscimenti
Dello stesso autore

Giovanni Giudice, Sguardi sull'universo, I lapislazzuli, 2003

Giovanni Giudice, Il pomeriggio, L'arcobaleno, 2006

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