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Prefazione
La parola di Giudice trasmette misteri e riflette la
totalità: basti osservare il virare di molte poesie, che
prendono le mosse da uno spunto lirico per piegarsi al dolore spesso
nascosto di un acre ma necessario racconto, affacciandosi a tratti
sulle lande della preghiera intima e refrattaria ad ogni codice,
solamente tesa a ribadire in sé la presenza del sacro (i
«metafisici cieli»).
Giudice ama andare al cuore delle cose, dritto, non impietoso ma certo
assetato di voce. Ogni composizione (con poche eccezioni quali
paradossali schegge di una bomba inesplosa) sa farsi benedizione e
supplica, ragionamento ed impressione, rifiuta ogni premura mondana
obbedendo solo ad un’ansia metafisica che, in mancanza di
precisi riferimenti (o forse delusa da molti tentativi di codifica e
decodifica), si realizza nel fotografare l’attimo in grado di
dilatarsi all’infinito; proprio il verso
«Quest’ora bianca non si
disferà» testimonia l’idea di un segreto
e di una dignità che non sarà la memoria (ossia
un valore aggiunto) a conservare, bensì sarà
proprio il consustanziale valore di determinati attimi da preservare.
Anche perché, come ben sapeva Borges, la poesia ci
può saltare addosso in ogni momento, quindi da una parte i
sensi (infiniti) devono restare sempre all’erta,
dall’altra ogni attimo può racchiudere in
sé non la poesia (sarebbe una considerazione ingenua: la
poesia non è un soprammobile) ma la traccia necessaria per
orientare la mente verso la possibilità di una riflessione
che si concretizzi in parola degna di transitare nel mondo.
Basta leggere la poesia Versi dell’oltrevita,
con il suo palleggiare o rimbalzare fra cielo e terra, dove (come dice
Amleto) stanno più cose di quante la fantasia possa
immaginare o la speculazione supporre. Un rimbalzare (errare con lo
sguardo e il pensiero, cercare risonanze…) che si riflette
in una concezione di universo non necessariamente vichiano (la storia
ha poco spazio in questi versi) ma certo votato alla perpetua
rigenerazione materiale e psichica nell’attimo, o comunque
nella frazione di tempo osservabile: «Ciò che ci
dice sempre lungamente / qualcosa che si frange - e si compone; proprio
come / il sole e la caduta della pioggia»; si veda anche la
paradossale cristallografia caotica dell’esistere:
«Cristalli d’una vita che fluisce / informe e
casuale…». Un’oscillazione im-mane,
insomma, che visita cielo e terra, putredine
(«mézzo»; ma anche, con richiamo
dantesco, accidia) e metafisica quali spinte costanti e laceranti
dell’umano. Un’oscillazione, infine, che rende
l’io mutevolissimo, inafferrabile: come sintetizza un bel
verso «estranei proprio a noi i noi di oggi».
Che questa raccolta sia una planimetria mentale più che un
percorso appare ovvio soprattutto se aguzziamo l’orecchio e
facciamo attenzione ai rimandi, concettuali e non solo terminologici
(la lingua è invece incaricata di consegnare minime
incrinature, bivi che sussurrano possibilità: basti
osservare il verso «I giorni passano i giorni» che
gioca con il transitivo-intransitivo). La fitta rete di cui abbiamo
parlato, che solidifica la raccolta, è una rete di
interazioni e conflitti in gran parte sensuale, e fra i molti esempi
legati alla sfera privilegiata della vista (non è quasi il
caso di sottolineare la ricorrente azzurrità) notiamo la
presenza del viola:
***
Neppure a dirvi addio ho fatto a tempo…
e l’albura
delle cose, che seguiva
al disperato viola in cui si dissipa
la Notte -
***
Questo ero
nel crudo sonno d’una notte
viola d’un pungolo
di angoscia.
Tale colore assume una forte valenza ad esempio nella poesia di
Zanzotto, nella quale (lo notò soprattutto Niva Lorenzini) -
pur senza voler sprofondare nella ungarettiana metafisica estetica dei
colori - rimanda alla violenza dell’intervento umano sulla
natura. Nella poesia di Giudice l’umano non è
quasi mai esplicitamente citato o portato alla ribalta ma è
presente, direi quasi incombe, ricordato ad esempio nei caseggiati sui
quali rimbalza lo sguardo che vaga per il cielo, o depositario di una
viola «angoscia» estranea alla natura,
all’«uccello che volava alto, s’una
striscia / di bianca sabbia» che ricorda fra i tanti Yeats,
fra «un mare e un cielo / azzurrissimi».
Ben lungi dal pascersi nelle aride lande della poesia
«assoluta» o della metafisica a buon mercato,
Giudice propone una lettura della vita fatta di attimi isolati sulla
pagina ma non nella mente, capaci di irradiare la loro
unicità ma al tempo stesso di dialogare con gli anonimi ma
necessari raccordi, i giorni di apparente quiete mentale e fisica,
senza rivelazioni o intuizioni, nei quali però si prepara il
terreno, maggese che promette rigogliose visioni del concreto.
Sandro Montalto
* * *
Versi dell’oltrevita
Cieli aperti, cieli d’un azzurro
più azzurro se li fissi. Un abitato
e la sua altissima mansarda, invecchiata
la figgi in su, più su, coi suoi colori
strani. Un oleandro di città, in un’isola
verde, in una brezza dolciastra,
un’isola del tempo. E su questo,
un colorito roseo dappertutto,
e su, più su, sopra le sagome,
l’azzurro dei metafisici cieli.
Luglio 1992
* * *
La sera vaporante
novembrina, a nubi basse,
nell’azzurro rotto da automobili
e da semafori occhieggianti,
venivi tu, nel corso,
accanto a me, le mani in tasca
noi, stampato sul tuo viso
circospetto e vittorioso un sorriso;
la striscia rossa della sera,
sul mare, che faceva
da cornice, a cui non prestavamo caso,
immersi nel nostro mondo vero,
trascorso un pomeriggio raro
di sole e quietitudine di uccelli;
a lungo poi bruciò questo tramonto
ad ogni dì che si rinnovellava,
svanì il centro della nostra vita
e mano a mano
cedeva al tratteggiarsi d’un ricordo.
4 settembre 1993
* * *
La sera della vita
Le nubi si distendono oscure
chiazze oleose sul mare e il promontorio,
luci confuse, distanti e vicine, quelle
con fasci arancioni nel paesaggio allucinato
aprentesi allo sguardo
da un corridoio scavato
sopra la costa, ai piedi d’una franosa
collina, avanzando in esso
in uno spedito procedere infernale
con in fondo,
forse
una speranza purgatoriale.
28 dicembre 2001
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