|
Prefazione
Ci sono libri che si lasciano leggere e interpretare in
virtù delle qualità affabulatorie del testo
– un testo aperto, trasparente, che si connota come la storia
di un’anima, un’autobiografia in versi o una
visione del mondo; ci sono poi libri, come questo Misure di
vuoto di Lorenzo Gattoni, che si impongono di primo acchito
per una formidabile compattezza stilistica e tematica, e solo
gradatamente permettono al lettore un accesso alle proprie aree di
significazione.
Il compresso, ma denso e centratissimo saggio che Sandro Montalto
dedicava come prefazione al precedente libro di Gattoni, Scatti
di posa (Joker, 2004), afferrava gli elementi centrali di una
poesia che è nel frattempo cresciuta – non
è indice da poco la mole di quest’ultima fatica,
se confrontata con la precedente – e affinata, trovando una
sigla stilistica elegiaca e pensosa, mai piattamente dichiarativa ma
neppure persa in astrattezze: la metafisicità di Lorenzo
Gattoni, che c’è ed è fortemente
caratterizzante, è semmai immanente a un discorso espressivo
che parte dalle cose, come tracce di dati a cui aggrapparsi da parte di
un Io che può darsi anch’esso solo per tracce; la
quota di opacità del testo, la labilità o
comunque l’inessenzialità di non pochi riferimenti
fa capo a «un universo di gelo nel quale l’umano
non è che una fuggevole ombra velatamente
autobiografica» e in cui «il mondo si riflette
[...] per abbagli e lacerazioni» (dalla Prefazione
di Montalto).
L’impressione è quella di una forza espressiva
sempre trattenuta, o meglio di un dire che non può mai darsi
come totale apertura proprio perché manca –
ontologicamente – la possibilità di afferrare il
reale e farne un dato proprio: ciò che viene consegnato alla
pagina, e comunicato, è proprio questo statuto esistenziale
di costrizione (p. 25): un «muro / che del dolore ha la
durata / invalicabile» (e si rifletta sull’enjambement)
assunto come dato di partenza. Un «muro / graffiato dalla
domanda» (p. 29), come quello di una prigione.
Siamo quindi agli antipodi di un’oscurità tutta
riposta nel significante, che si bea della propria
intransitività per vantare in realtà la perspicua
intelligenza (nella duplice accezione di abilità e di insight)
del poeta orfico visionario, capace di accedere a strati
dell’esperienza inaccessibili agli altri. Per Gattoni il
poeta – meglio: la persona poetante, di
cui conosciamo solo la voce – è un testimone della
tragedia proprio perché, come ogni uomo, è sempre
a un passo dal vedere e dal dire, ma separato da essi da un alto muro.
Muro (confine) che è una delle immagini più
onnipresenti del libro: la voce della citata persona
ci giunge da oltre un muro, da una zona di esilio e quindi da un
interstizio in cui la norma è la fredda sopravvivenza, la
verità è inattingibile e la conoscenza si
dà solo attraverso squarci, per frammenti e soprattutto
bagliori: rifacendoci ancora a Montalto, se è vero che
è sempre centrale «la dialettica
luce/ombra» (il lemma luce, cui
è dedicata l’intera I sezione, ha undici
occorrenze), si rafforza l’amplissimo campo semantico di Distanza,
Assenza, Attesa,
nella cui dimensione la persona poetica agisce la
propria consapevolezza; qualche reperto: undici occorrenze anche per distanza,
dieci per muro, altrettante per vuoto.
La consapevolezza finale è quella di una tragedia consumata.
«Ora che ha smesso di piovere», troviamo a p. 15,
in apertura di libro, quasi ci si ponesse in una quiete dopo la
tempesta che tuttavia non prelude a nulla, non apre a nuovi svolgimenti
né cambiamenti; la voce ci giunge quindi (e citiamo da testi
contigui) dall’«ozio infelice / di questa
rovina» (p. 113), da un Esserci che è
«l’impasto di un tutto / che non lievita
affatto» (p. 114), o che è anche definito e
vissuto come «l’immensa plaga /
dell’assedio» (p. 116). Siamo in assenza di Storia,
ma anche (per fortuna, aggiungiamo) di una autobiografia che comunque
indichi movimento: tutto è stasi, invece («nel
sottomondo / barricato in cui vivo», p. 132), e appunto
elegia; non tetro rimpianto, però, ché una delle
più fertili caratteristiche della poesia di Gattoni
è la forza resistenziale e perfino conoscitiva
(«smurare / dobbiamo, smurare», p. 36, con lemma
che torna a p. 72), di cui sembra testimone e quasi promessa, ma in
fieri, la luce di un’illuminazione che parrebbe
sempre sul punto di giungere da quella distanza che invece non si apre
mai.
Immobilità e stasi sono un destino da combattere
all’interno di una situazione che appare immutabile:
«così siamo, tagliati / buttati fuori
dall’involucro» (p. 34); se situazione edenica
c’è stata, l’entrata in un mondo di gelo
e cenere – di vuoto, fa-cendo riferimento al titolo
– appare un dato ineliminabile. Al contempo, tuttavia,
l’assunzione di questo vuoto appare un’occasione da
cogliere per acquisire consapevolezza; l’endurance
e un atteggiamento titanico, di sapore persino eschileo, non possono
infatti essere disgiunti in una risposta umana, forte e fragile
insieme. È una visione tragica, naturalmente, in cui la vera
tragedia è la mancanza di una via di uscita e di
un’alternativa. Non è tuttavia una tragedia da
sopportare in solitudine: se la luce, che proviene da un Esterno quasi
inaccessibile, è (p. 21) «una fuga che arriva /
neutra e solitaria / a vestirci» (quindi
con caratteristiche di pietas, quasi la luce stessa
fosse una pellegrina solitaria condannata anch’essa alla
sopportazione e comunque compagna nel patimento), Gattoni ci presenta
tuttavia una possibile rivalsa nella dimensione relazionale, o meglio
duale, pur nelle difficoltà e nelle incomprensioni che, come
si è visto, sono connaturate alla nostra realtà:
la seconda sezione, La natura del bacio (il quale
avvicina e suggella il superamento di una distanza), e ancor
più la quinta, L’alfabeto della rosa
(una figura che si ripete nella poesia di Gattoni) delineano una
presenza che si avvicina e affratella, nell’essere comunque
spersi e perduti: «niente separa / due lembi che / la ferita
ha unito» (p. 100). È proprio questa la nota
dominante del finale: la sezione L’assedio
delinea ulteriormente, con nuove connotazioni, una dimensione
esistenziale in cui comunque la creaturalità
dell’Essere trova un paradossale riparo per coltivare una
vicinanza fatta di gesti usuali e di cura (la cosa
citata a p. 100, tre volte a p. 107 e a p. 114); ma è La
consegna del respiro a chiudere il cerchio. Consegna: atto
del dare – del donare – ma anche obbligo, impegno:
ecco, qui Gattoni ha fatto confluire tutti i fili tematici del libro,
per rendere possibile, nonostante tutto,
ciò che può risuonare come semplice constatazione
ma che contiene tutta la forza argomentante e poetica di questo libro
densissimo e lieve: «cresceremo nonostante
/ l’autunno» (p. 126).
Mauro Ferrari
* * *
ovunque era l’alba
dei tuoi occhi
e un pianto stipava
la bocca d’ortica
su un versante e sull’altro
il vetro svelava
il suo liscio mistero,
adesso per luce ci basta
questo soltanto
un cristallo riflesso
sull’acqua
* * *
l’intero muro
graffiato dalla domanda
scolpita come un grido
e come trofei di caccia
piccoli porti
in parte emersi
e un solo molo
colato a picco
* * *
c’è sempre un castello
sull’altra
sponda che guarda, che osserva
un castello illuminato che invita
Si
potrebbe abbandonare l’isola a nuoto
dove abita pinocchio
la venatura del legno si annoda
e la fata ha perso i capelli:
coltivi zucchine e carote
per il coniglio di alice
ecco lo specchio
e questo celeste riverbero
d’inchiostro
0
|