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i libri

Lorenzo Gattoni

Misure di vuoto

2008

ISBN-13: 978-88-7536-159-4

pp. 144

cm 12x21

€ 14,00

 

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L'autore

Lorenzo Gattoni è nato nel 1960 a Milano, dove attualmente vive e lavora.
Ha pubblicato le raccolte di poesie Il vetro e la cera (Edizioni Tracce, Pescara 1998); La frattura del sorriso (ExCogita Editore, Milano 2001), con la quale ha vinto il Premio Letterario Dialogo 2002; la plaquette Scatti di posa-cinque poesie (Dialogolibri, Olgiate Comasco 2002) e Scatti di posa (Edizioni Joker, Novi Ligure 2004).

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I testi

 

Prefazione

Ci sono libri che si lasciano leggere e interpretare in virtù delle qualità affabulatorie del testo – un testo aperto, trasparente, che si connota come la storia di un’anima, un’autobiografia in versi o una visione del mondo; ci sono poi libri, come questo Misure di vuoto di Lorenzo Gattoni, che si impongono di primo acchito per una formidabile compattezza stilistica e tematica, e solo gradatamente permettono al lettore un accesso alle proprie aree di significazione.
Il compresso, ma denso e centratissimo saggio che Sandro Montalto dedicava come prefazione al precedente libro di Gattoni, Scatti di posa (Joker, 2004), afferrava gli elementi centrali di una poesia che è nel frattempo cresciuta – non è indice da poco la mole di quest’ultima fatica, se confrontata con la precedente – e affinata, trovando una sigla stilistica elegiaca e pensosa, mai piattamente dichiarativa ma neppure persa in astrattezze: la metafisicità di Lorenzo Gattoni, che c’è ed è fortemente caratterizzante, è semmai immanente a un discorso espressivo che parte dalle cose, come tracce di dati a cui aggrapparsi da parte di un Io che può darsi anch’esso solo per tracce; la quota di opacità del testo, la labilità o comunque l’inessenzialità di non pochi riferimenti fa capo a «un universo di gelo nel quale l’umano non è che una fuggevole ombra velatamente autobiografica» e in cui «il mondo si riflette [...] per abbagli e lacerazioni» (dalla Prefazione di Montalto).
L’impressione è quella di una forza espressiva sempre trattenuta, o meglio di un dire che non può mai darsi come totale apertura proprio perché manca – ontologicamente – la possibilità di afferrare il reale e farne un dato proprio: ciò che viene consegnato alla pagina, e comunicato, è proprio questo statuto esistenziale di costrizione (p. 25): un «muro / che del dolore ha la durata / invalicabile» (e si rifletta sull’enjambement) assunto come dato di partenza. Un «muro / graffiato dalla domanda» (p. 29), come quello di una prigione.

Siamo quindi agli antipodi di un’oscurità tutta riposta nel significante, che si bea della propria intransitività per vantare in realtà la perspicua intelligenza (nella duplice accezione di abilità e di insight) del poeta orfico visionario, capace di accedere a strati dell’esperienza inaccessibili agli altri. Per Gattoni il poeta – meglio: la persona poetante, di cui conosciamo solo la voce – è un testimone della tragedia proprio perché, come ogni uomo, è sempre a un passo dal vedere e dal dire, ma separato da essi da un alto muro. Muro (confine) che è una delle immagini più onnipresenti del libro: la voce della citata persona ci giunge da oltre un muro, da una zona di esilio e quindi da un interstizio in cui la norma è la fredda sopravvivenza, la verità è inattingibile e la conoscenza si dà solo attraverso squarci, per frammenti e soprattutto bagliori: rifacendoci ancora a Montalto, se è vero che è sempre centrale «la dialettica luce/ombra» (il lemma luce, cui è dedicata l’intera I sezione, ha undici occorrenze), si rafforza l’amplissimo campo semantico di Distanza, Assenza, Attesa, nella cui dimensione la persona poetica agisce la propria consapevolezza; qualche reperto: undici occorrenze anche per distanza, dieci per muro, altrettante per vuoto.

La consapevolezza finale è quella di una tragedia consumata. «Ora che ha smesso di piovere», troviamo a p. 15, in apertura di libro, quasi ci si ponesse in una quiete dopo la tempesta che tuttavia non prelude a nulla, non apre a nuovi svolgimenti né cambiamenti; la voce ci giunge quindi (e citiamo da testi contigui) dall’«ozio infelice / di questa rovina» (p. 113), da un Esserci che è «l’impasto di un tutto / che non lievita affatto» (p. 114), o che è anche definito e vissuto come «l’immensa plaga / dell’assedio» (p. 116). Siamo in assenza di Storia, ma anche (per fortuna, aggiungiamo) di una autobiografia che comunque indichi movimento: tutto è stasi, invece («nel sottomondo / barricato in cui vivo», p. 132), e appunto elegia; non tetro rimpianto, però, ché una delle più fertili caratteristiche della poesia di Gattoni è la forza resistenziale e perfino conoscitiva («smurare / dobbiamo, smurare», p. 36, con lemma che torna a p. 72), di cui sembra testimone e quasi promessa, ma in fieri, la luce di un’illuminazione che parrebbe sempre sul punto di giungere da quella distanza che invece non si apre mai.
Immobilità e stasi sono un destino da combattere all’interno di una situazione che appare immutabile: «così siamo, tagliati / buttati fuori dall’involucro» (p. 34); se situazione edenica c’è stata, l’entrata in un mondo di gelo e cenere – di vuoto, fa-cendo riferimento al titolo – appare un dato ineliminabile. Al contempo, tuttavia, l’assunzione di questo vuoto appare un’occasione da cogliere per acquisire consapevolezza; l’endurance e un atteggiamento titanico, di sapore persino eschileo, non possono infatti essere disgiunti in una risposta umana, forte e fragile insieme. È una visione tragica, naturalmente, in cui la vera tragedia è la mancanza di una via di uscita e di un’alternativa. Non è tuttavia una tragedia da sopportare in solitudine: se la luce, che proviene da un Esterno quasi inaccessibile, è (p. 21) «una fuga che arriva / neutra e solitaria / a vestirci» (quindi con caratteristiche di pietas, quasi la luce stessa fosse una pellegrina solitaria condannata anch’essa alla sopportazione e comunque compagna nel patimento), Gattoni ci presenta tuttavia una possibile rivalsa nella dimensione relazionale, o meglio duale, pur nelle difficoltà e nelle incomprensioni che, come si è visto, sono connaturate alla nostra realtà: la seconda sezione, La natura del bacio (il quale avvicina e suggella il superamento di una distanza), e ancor più la quinta, L’alfabeto della rosa (una figura che si ripete nella poesia di Gattoni) delineano una presenza che si avvicina e affratella, nell’essere comunque spersi e perduti: «niente separa / due lembi che / la ferita ha unito» (p. 100). È proprio questa la nota dominante del finale: la sezione L’assedio delinea ulteriormente, con nuove connotazioni, una dimensione esistenziale in cui comunque la creaturalità dell’Essere trova un paradossale riparo per coltivare una vicinanza fatta di gesti usuali e di cura (la cosa citata a p. 100, tre volte a p. 107 e a p. 114); ma è La consegna del respiro a chiudere il cerchio. Consegna: atto del dare – del donare – ma anche obbligo, impegno: ecco, qui Gattoni ha fatto confluire tutti i fili tematici del libro, per rendere possibile, nonostante tutto, ciò che può risuonare come semplice constatazione ma che contiene tutta la forza argomentante e poetica di questo libro densissimo e lieve: «cresceremo nonostante / l’autunno» (p. 126).

                                                                                                       Mauro Ferrari

 

 

* * *

 

ovunque era l’alba
dei tuoi occhi
e un pianto stipava
la bocca d’ortica

su un versante e sull’altro
il vetro svelava
il suo liscio mistero,
adesso per luce ci basta
questo soltanto
un cristallo riflesso
sull’acqua

 

* * *

 

l’intero muro
graffiato dalla domanda
scolpita come un grido
e come trofei di caccia
piccoli porti
in parte emersi
e un solo molo
colato a picco

 

* * *

 

c’è sempre un castello sull’altra
sponda che guarda, che osserva
un castello illuminato che invita

       Si potrebbe abbandonare l’isola a nuoto

dove abita pinocchio
la venatura del legno si annoda
e la fata ha perso i capelli:
coltivi zucchine e carote
per il coniglio di alice

ecco lo specchio
e questo celeste riverbero
d’inchiostro

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