i libri

Alessandro Di Prima

 

Memoria del volo

ISBN-13 978-88-7536-308-6

2012

pp. 80

cm 12x21

€ 12,00

 

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L'autore

Alessandro Di Prima è nato a Catania nel 1973. Ha pubblicato i libri di poesia Per luce residua (Book Editore, Castel Maggiore 1999, postfazione di Alberto Bertoni) e atlante del padre (Book Editore, Castel Maggiore 2003, prefazione di Sara Ventroni), vincitori di diversi premi letterari. È presente nelle antologie: Àkusma – forme della poesia contemporanea, a cura di Giuliano Mesa (Metauro, Pesaro 2000), Nuovi poeti italiani, a cura di Paolo Zublena (Nuova Corrente, Genova 2005); Trent’anni di Novecento, a cura di Alberto Bertoni (Book Editore, Castel Maggiore 2005).
Sul versante critico è autore di L’eresia di un’empia speranza. La poesia di Giovanni Giudici: 1993-1999 (Salvatore Sciascia Editore, Caltanissetta-Roma 2010) e La pagina a fianco. Saggi su narratori e poeti contemporanei (Salvatore Sciascia Editore, Caltanissetta-Roma 2011). Suoi interventi e articoli sono stati pubblicati su diverse riviste e raccolte di saggi.
Nel 2005, per il Comune di Sant’Agata li Battiati (CT) ha ideato e diretto la rassegna di eventi culturali “Campi Magnetici. Arte-Musica-Poesia-Teatro”. In collaborazione con Josephine Pace, nel 2008 ha ideato e organizzato il II Festival Internazionale della Poesia (Caltagirone, CT).
Ha fondato e dirige la rivista internazionale di studi “La Libellula. Rivista di Italianistica”.

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I testi

Nota introduttiva

Pochi titoli, nella storia della poesia, sono meno metaforici e più letterali di Memoria del volo, che introduce e sigilla il terzo, bellissimo libro di uno dei poeti oggi in Italia più convincenti, non solo nella sua generazione di quasi quarantenne, ma in assoluto. Nel fare la sua poesia, infatti, il catanese Alessandro Di Prima (che molto è vissuto fuori dell’isola natale, per un lungo apprendistato universitario da cui è stato condotto prima a Bologna e poi a Galway, in Irlanda) si ciba di ritualità, di liturgia, di cerimonia, ma non per ammantare di forme il vuoto pneumatico del consueto scontro “lirico” fra psicologia e realtà, sensibilità d’eccezione e cruda prosa del mondo, io e tu oggetto d’amore. No: in questa fase alta del suo lavoro, la ritualità del dire in versi – senza più troppe preoccupazioni di equilibrio prosodico, a favore di un ritmo più scabro ed essenziale, ma non meno musicale rispetto alle sue prove precedenti – conduce Di Prima a frequentare le terre incognite del dopo storia e del dopo umanità. D’altra parte, questa scommessa gli è consentita da una lingua poetica (tale fin dall’esordio del ’99) che non mira al bello stile, bensì – piuttosto – a dispiegarsi come luogo di tensioni e di mediazioni inesauste, aperto all’interazione di idiomi molteplici e ironicamente attraversato da una pluralità di voci con le quali il poeta Di Prima e il suo avatar critico interagiscono assieme.
Nella sua visione, le metafore sono già state tutte dispiegate, dai poeti centrali (e da lui prediletti) del Novecento: tanto che hanno prodotto irreversibili metamorfosi, nel tessuto del reale. E l’umano vi potrà sopravvivere solo al prezzo di una rinuncia assoluta alla dimensione meramente autobiografica ed evenemenziale, narcisistica e cronistica. Mancano quasi sempre i nomi propri, nel libro, dove mai si dà diario, ma scrittura che cerca e vuole consistenza. Così, i suoi referenti non più simbolici, ma concreti, saranno il mondo botanico (questo è un libro dove alberi e piante vivono e respirano, agiscono e percepiscono quasi sempre al posto nostro, con una vitalità radicalmente altra) e quello degli uccelli, per una linea rappresentativa che certo unisce Pascoli a Bandini, ma a cui forse non è estraneo nemmeno il regista Hitchcock, se è pur vero che «occorre ripercorrere millenni / di millenni dentro il fare / minerale degli uccelli».
A ogni modo, al di là degli omaggi più o meno criptati che punteggiano il testo, qui Di Prima si concentra su un quartetto di voci cui sovrappone la sua (secondo un principio di dialogo autentico e non devozionale tra poeti forti) e con le quali duetta in piena sintonia: quella di Sereni, per la volontà realizzata e infine liberissima di dar voce ai morti (non solo quelli della propria gens, per un processo di autocorrosione dell’io lirico, che si trasforma di poesia in poesia in un noi vibratile e partecipe); quella di Giudici, riconosciuto qui come il vero erede autonomo e originale di Montale, per un felicissimo riconoscimento della sua grandezza da Lume dei tuoi misteri (1984) in poi, attraverso un’operazione critico-interpretativa davvero originale; quella di Paul Celan, finalmente sottratto alle asperità della sua lingua oscura e all’opacità delle versioni italiane più “canoniche”, perché è pur sempre grazie a una poesia che vive dall’interno la vertigine del volo conoscitivo che «voltandoti / di lato tu ritrovi / luce che in luce dall’acqua risale e / sempre s’incupa, e invade e arriva / dal mare alle braccia, alle mani»; e quella dell’alter ego irlandese di Seamus Heaney, la voce – vale a dire – di quel Brendan Kennelly che non ha ricevuto il Nobel ma che è poeticamente non meno straordinario del collega più celebre e che Di Prima – con intuizione preziosa – ci traduce/tramanda/tradisce in dialetto catanese.
Memoria del volo, si diceva, è un titolo da interpretare alla lettera, perché entrambe le sue componenti si motivano e si innescano nella reciproca interazione, per uno slancio vitale che motiva dal profondo la scrittura, rendendola non di rado inebriante, e un afflato di matrice anche biblica: basta pensare, in questa chiave, alla centralità della compattissima, e da par suo straniante sequenza intitolata Marta, uno dei vertici assoluti del libro, ove Di Prima sorprende in «lieve / frullo, aluccia in quiete» quello «scatto per il rito» che sancisce «smarrimento e scacco» dell’io. Non sono insomma numerose, come conviene in via preliminare riconoscere, le personalità poetiche capaci con pari intensità di porre in rapporto e di definire come reciprocamente interattivi il cielo e la terra, da intendere non certo come luoghi dell’assoluto, ma come principi inderogabili di un’ecologia profonda delle menti e delle coscienze.

 

                                                                                                     Alberto Bertoni

* * *

una rosa è una rosa

“ma quando si era ragazzini
capitava in un momento
l’angelo della storia
che aprendo d’improvviso le sue ali
appena nata leggeva
una parola. e noi
nel frullo controvento
senza nemmeno averlo chiesto
– ancora sconosciuta
la rosa cui si stava riferendo –
di schianto sapevamo il senso
ramo gemma innesto
più concreto”

ma se invece, se ancora
se intanto che là fuori
termina la pioggia…
 

* * *

 

Nessuno ecco la vegetazione delle cose
che ogni giorno fingi di abitare
come fossero le tue – come
se davvero.

del vero, d’altronde, non si parla
è cattiva educazione se in un posto
di vacanza la risacca segue a un’altra
ricopre muschio con il muschio, incrosta
– o è lo stesso, rilascia tutto il prato
liquido di ossa la materia
sottomarina generata dal fondale,
mentre altrove dice il meteo
inizia a piovere…
                      (il mondo esiste,
il mondo accade
, ripete bordeggiando
il tempo, come un tempo Wittgenstein
e Montale).

altri nastri altre macerie
di ora in ora ritornate a galla
a farsi mostra di relitti, crosta
fossile al sole dell’estate.

(panorama di nessuno
– reliquiario
che guardi comparire sulla soglia).

 

* * *

 

(da Marta)

 

 

I

così davvero siamo solo indosso
breve corpo, sottile stelo a questo
mondo, a una croce, ai venti
corpo e nervi, e tempo al tempo, o
corpo siamo di rami alla tormenta
che dal cielo in terra ancora e oltre, qui
fra noi agli occhi si alimenta
dentro una attesa, o nostra almeno
da domani più vera
resurrezione di foglie, e perfetta
visione del tutto, che da un buio a un
tutto chiarificato delle cose
ora e sempre, in noi, si compie?

eppure, bimba fiore, tu da me
sei scesa, goccia a goccia alla mia sete
fruscìo e nuvola del cuore, che a un nulla
di pioggia fidĕi oggi vai e ti tieni,
                                           e io
di me riuscissi almeno a dirti
il forse che oggi so di essere
e come sia impossibile per me
sospendermi leggero
da un cieco cumulo di sere
a questo tavolo di cielo, a un tuo
più fragile mistero e bene, e poi
tenermi stretto all’orlo
azzurro e colmo di ogni fede

e invece già tu lo sapevi, lieve
frullo, aluccia in quiete, che da volo
a volo apre spire la vertigine
del vuoto, e gemme di pace alla radice
(o ancora) che da un nocciolo di stelle
non serve adesso dire cosa
fiore mio di te germoglia e in me
si vede, senza peso o ombre

allora tu ricordami, se puoi
anche dopo altro tempo
il movimento tuo improvviso
lo scatto per il rito che assicura
l’intero mio deciso smarrimento e
scacco, e come sia di te quasi
una certa tua misura e luce
questa figura calma che ora vedo

(oppure, l’accenno
di sorpresa sul tuo viso
e mani e piedi ancora all’acqua
sono segno dopotutto, preciso
tuo confine di parole che presto
arriveranno, un bacio di stagione
per chi passa, o il fiato
tenuto prossimo al pianto?)

vedi Marta, come la voce mai
non basta, e sempre ritorno ad avvitarmi
a spingermi sui tralci, grappoli
di vino alla tua mensa, e gioia
per l’offerta nuova che di te
fai al mondo, io che qui perduto
nella costa dell’infanzia del tuo giorno
darei cosa, e quanto pane, e acqua all’acqua
per sciogliere il segreto nelle vene
di una via che non conosco, o la mia
di salvezza, al luglio rosso sole
del tramonto

angioletto, brezza, rosa, sorso
di scogliera scivolosa, a volte
capita che uno perda la parola
e allora innamorarsi sembra un lampo
stupito del respiro, il morso roccia
a roccia che spezza il pomeriggio
all’ombra di una chiesa silenziosa

e quale filo, Marta, quale trama
luccicante del pensiero potrà mai
ridare fede a fede ogni momento
dire salva la vita che vivrai
d’incontri e luoghi e di persone
se il sobbalzo di anni e ore a tarda sera
è un acceso fuoco che ti brucia dentro

(così davvero, mia animella
io non so da quale fiamma o altra nostra
terra arrivi sempre una preghiera, e se davvero
in mezzo a tutto questo cielo, breve
corpo siamo, e sorte attesa
a un Padrenostro quotidiano)

ma oggi che l’estate è la tua festa
vorrei per una volta che sia vera
e che venisse come te appena nato
un dio dal dio bambino a nominarti
(anche solo con un niente
di pioggia passeggera)

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