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i libri

Gianni Caccia

La stadera

2005

ISBN 88-7536-054-5

pp. 168

cm 15x21

€ 14,00

 

L'autore

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L'autore

Nato ad Alessandria nel 1962, Gianni Caccia si è laureato in Lettere classiche all’Università di Genova con una tesi su Luciano di Samosata. È docente di Lettere nel Liceo Scientifico di Novi Ligure, dove risiede. È redattore della rivista letteraria La clessidra e della rivista internet di cultura classica Senecio. Ha pubblicato le raccolte di racconti Aperture (Edizioni dell’Orso, Alessandria 1994) e La Vallemme dentro (Edizioni Joker, Novi Ligure 2000), oltre al racconto lungo Il rovescio naturale (Edizioni Joker, Novi Ligure 1996); altri suoi testi sono inclusi nelle sillogi narrative Storie da Novi (Edizioni Joker, Novi Ligure 1994) e La notte (Edizioni Nuove Scritture, Abbiategrasso 1998). Presso le Edizioni Joker è uscito nel 1997 il suo breve saggio Il tifo, malattia del corpo e dell’animo nell’antica Grecia. Per la collana dei classici della Newton Compton di Roma ha curato l’edizione dei Dialoghi di Luciano di Samo-sata e del Fedro e della Repubblica di Platone.

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I testi

Qui assistiamo infatti al logico sviluppo di ciò che era in potenza contenuto nell’opera precedente e ci ritroviamo a percorrere i corridoi labirintici di una realtà che, nella visione di Caccia, ha un funzionamento paragonabile a una machina cinquecentesca, fatta di congegni in legno massiccio, di caviglie di ferro e di leve dallo spessore di una clava. Il ricordo di Kafka è evidente ma la tecnica di scrittura fa sì che, mentre il Praghese prendeva le mosse da un disgraziato quanto enigmatico antefatto che gettava fin da subito il personaggio sulla più desolata delle ribalte, in questi racconti quello stesso enigma si manifesta invece progressivamente, devastando come una malattia degenerativa le capacità razionali dei protagonisti, fino a farli aderire, quasi, per una sorta di perversa conversione, alla logica distorta che li porta alla rovina fisica e mentale.

 

(dalla Prefazione di Mario Marchisio)

 

* * *

 

Assassinio distributivo


Quello che attraeva di più, nella sua casa, era l’enorme stadera incorniciata in una stampa che incombeva da una parete del suo studio, giusto di fronte alla poltrona, così che lui poteva rimirarla ogni volta che vi si sedeva. Nella cornicetta esageratamente sottile, nera di un finto legno campeggiava quella bilancia ferrigna su uno sfondo bianco, il piatto in perfetto equilibrio con il pomello rotondo del contrappeso quasi all’estremo della sbarra; un equilibrio, continuava l’articolo, che appariva da subito precario, sul punto di saltare, e già ci s’immaginava il piatto, o il peso inclinare d’improvviso e sprofondare rovinosamente.
Non c’era altro quadro nella stanza ingombra di cose, per lo più libri ammonticchiati senza alcun ordine nella libreria tozza alle spalle della poltrona, sulla scrivania ad accerchiare un computer e una scacchiera di bachelite con una partita appena incominciata (mancava soltanto qualche pedone, annotava con puntiglio l’articolo), su due o tre sedie e addirittura a terra. E su tutto l’enorme, definitiva stadera come uno specchio, che invitava a cercarvi un riflesso.
La minuziosa descrizione del giornalista nazionale aveva colto nel segno: mi era rimasta impressa al punto che mi pareva una cosa sola, lui e la stadera; e quasi mi meravigliai di non vederla sul muro del parlatorio o stampata addosso a lui, a segnare che non potevano fargli nulla fin che aveva la stadera, sotto la stadera era al sicuro.
Non pensavo neanche che fosse così facile, arrivare a lui, tanto più per il responsabile della cultura in un settimanale locale che l’evento aveva saturato respingendo tutto il resto ai margini. Finalmente qualcosa che avrebbe riempito le pagine per un po’ di numeri, non più solo furti e scippi e beghe di consiglio comunale e scandalucci su semafori rotonde loculi del cimitero; qualcosa per cui s’erano mossi dai giornali e dalle televisioni nazionali, qualcosa che faceva tanto america e ci proiettava finalmente sulla scena: nella classica tranquilla cittadina di provincia un tale poco oltre i trenta, mite laureato in scienze politiche in mite ricerca di impiego e compagna fissa, in parcheggio temporaneo presso un’agenzia immobiliare ma designato dalla voce comune a una definitiva qualità di sfigato; un tipo schivo che non guarda la gente in faccia quando saluta, al limite dello scorbutico non fosse per i suoi modi gentili, insomma il classico tipo che non ti saresti aspettato una mattina d’aprile fa fuori quattro persone, tre con arma da fuoco e una a martellate, poi si arrende tranquillamente e tranquillamente dichiara dal carcere che il suo è stato un atto, se non di giustizia, di riparazione; che lui ha soltanto secondato il caso, un caso benigno, l’unico della sua vita; e non dà altra spiegazione sulla scelta delle sue quattro vittime, che nessuna ragione sembra connettere in un disegno: due a lui note solo di fama, un impresario edile e un assessore accomunati da costruttivo rapporto di amicizia, più familiari, ma reciprocamente estranee le altre due, un ex compagno di scuola, avvocato rampante, e una ragazza frequentata tempo addietro per qualche mese.
Il fatto mi aveva affascinato, mi ero lasciato trascinare anch’io nella questione che divideva tutte le chiacchiere puntualmente riportate da giornalucci e televisiuncole del luogo: se le avesse scelte a caso in un raptus o vi fosse un qualcosa che legava le quattro vittime, qualcosa che aveva il taglio di un’esecuzione meditata. Inclinavo alla seconda tesi, o forse era solo più suggestiva perché consentiva meglio indagini e congetture, e cullato da questa suggestione concepii la fantasia di andarlo a intervistare, di indagarlo veramente; la mia seconda pelle di redattore della pagina culturale, per quanto poco sgargiante mi stava aderendo per bene. Subito mi parve una fantasia presso che impossibile, e non avevo fatto conto, io che dovevo essere del mestiere, dello spettacolo: i cronisti che tempestano per intervistarlo, il legale che profitta per partecipare della vetrina, il giudice che soccorre sentenziando che si tiene tranquillo, non c’è pericolo che replichi o tenti la fuga; un pluriomicida innocuo. E lui in mezzo, che sceglie tra le richieste, rifiuta o assente, poche volte assente a darsi in balia e incarica il suo avvocato di invitare gli eletti, il difensore si difende se sono pochi, gli eletti sono pochi per forza e comunque sta al suo cliente di accogliere oppure no.

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