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Qui assistiamo infatti al logico sviluppo di
ciò che era in potenza contenuto nell’opera
precedente e ci ritroviamo a percorrere i corridoi labirintici di una
realtà che, nella visione di Caccia, ha un funzionamento
paragonabile a una machina cinquecentesca, fatta di
congegni in legno massiccio, di caviglie di ferro e di leve dallo
spessore di una clava. Il ricordo di Kafka è evidente ma la
tecnica di scrittura fa sì che, mentre il Praghese prendeva
le mosse da un disgraziato quanto enigmatico antefatto che gettava fin
da subito il personaggio sulla più desolata delle ribalte,
in questi racconti quello stesso enigma si manifesta invece
progressivamente, devastando come una malattia degenerativa le
capacità razionali dei protagonisti, fino a farli aderire,
quasi, per una sorta di perversa conversione, alla logica distorta che
li porta alla rovina fisica e mentale.
(dalla Prefazione di Mario
Marchisio)
* * *
Assassinio distributivo
Quello che attraeva di più, nella sua casa, era
l’enorme stadera incorniciata in una stampa che incombeva da
una parete del suo studio, giusto di fronte alla poltrona,
così che lui poteva rimirarla ogni volta che vi si sedeva.
Nella cornicetta esageratamente sottile, nera di un finto legno
campeggiava quella bilancia ferrigna su uno sfondo bianco, il piatto in
perfetto equilibrio con il pomello rotondo del contrappeso quasi
all’estremo della sbarra; un equilibrio, continuava
l’articolo, che appariva da subito precario, sul punto di
saltare, e già ci s’immaginava il piatto, o il
peso inclinare d’improvviso e sprofondare rovinosamente.
Non c’era altro quadro nella stanza ingombra di cose, per lo
più libri ammonticchiati senza alcun ordine nella libreria
tozza alle spalle della poltrona, sulla scrivania ad accerchiare un
computer e una scacchiera di bachelite con una partita appena
incominciata (mancava soltanto qualche pedone, annotava con puntiglio
l’articolo), su due o tre sedie e addirittura a terra. E su
tutto l’enorme, definitiva stadera come uno specchio, che
invitava a cercarvi un riflesso.
La minuziosa descrizione del giornalista nazionale aveva colto nel
segno: mi era rimasta impressa al punto che mi pareva una cosa sola,
lui e la stadera; e quasi mi meravigliai di non vederla sul muro del
parlatorio o stampata addosso a lui, a segnare che non potevano fargli
nulla fin che aveva la stadera, sotto la stadera era al sicuro.
Non pensavo neanche che fosse così facile, arrivare a lui,
tanto più per il responsabile della cultura in un
settimanale locale che l’evento aveva saturato respingendo
tutto il resto ai margini. Finalmente qualcosa che avrebbe riempito le
pagine per un po’ di numeri, non più solo furti e
scippi e beghe di consiglio comunale e scandalucci su semafori rotonde
loculi del cimitero; qualcosa per cui s’erano mossi dai
giornali e dalle televisioni nazionali, qualcosa che faceva tanto
america e ci proiettava finalmente sulla scena: nella classica
tranquilla cittadina di provincia un tale poco oltre i trenta, mite
laureato in scienze politiche in mite ricerca di impiego e compagna
fissa, in parcheggio temporaneo presso un’agenzia immobiliare
ma designato dalla voce comune a una definitiva qualità di
sfigato; un tipo schivo che non guarda la gente in faccia quando
saluta, al limite dello scorbutico non fosse per i suoi modi gentili,
insomma il classico tipo che non ti saresti aspettato una mattina
d’aprile fa fuori quattro persone, tre con arma da fuoco e
una a martellate, poi si arrende tranquillamente e tranquillamente
dichiara dal carcere che il suo è stato un atto, se non di
giustizia, di riparazione; che lui ha soltanto secondato il caso, un
caso benigno, l’unico della sua vita; e non dà
altra spiegazione sulla scelta delle sue quattro vittime, che nessuna
ragione sembra connettere in un disegno: due a lui note solo di fama,
un impresario edile e un assessore accomunati da costruttivo rapporto
di amicizia, più familiari, ma reciprocamente estranee le
altre due, un ex compagno di scuola, avvocato rampante, e una ragazza
frequentata tempo addietro per qualche mese.
Il fatto mi aveva affascinato, mi ero lasciato trascinare
anch’io nella questione che divideva tutte le chiacchiere
puntualmente riportate da giornalucci e televisiuncole del luogo: se le
avesse scelte a caso in un raptus o vi fosse un qualcosa che legava le
quattro vittime, qualcosa che aveva il taglio di
un’esecuzione meditata. Inclinavo alla seconda tesi, o forse
era solo più suggestiva perché consentiva meglio
indagini e congetture, e cullato da questa suggestione concepii la
fantasia di andarlo a intervistare, di indagarlo veramente; la mia
seconda pelle di redattore della pagina culturale, per quanto poco
sgargiante mi stava aderendo per bene. Subito mi parve una fantasia
presso che impossibile, e non avevo fatto conto, io che dovevo essere
del mestiere, dello spettacolo: i cronisti che tempestano per
intervistarlo, il legale che profitta per partecipare della vetrina, il
giudice che soccorre sentenziando che si tiene tranquillo, non
c’è pericolo che replichi o tenti la fuga; un
pluriomicida innocuo. E lui in mezzo, che sceglie tra le richieste,
rifiuta o assente, poche volte assente a darsi in balia e incarica il
suo avvocato di invitare gli eletti, il difensore si difende se sono
pochi, gli eletti sono pochi per forza e comunque sta al suo cliente di
accogliere oppure no.
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