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Postfazione
La scrittura di Anna Maria Ercilli è sorretta da una concettuale,
silente metafisica della mente, e tuttavia, guidata da uno sguardo
penetrante oltre la parola stessa, misurata rigorosamente sulla materia
delle cose. Il lettore si soffermi (è necessario, per questi testi,
concentrarsi a lungo sui segni, le analogie, gli spazi...), per
esempio, su Fuga dal parco: Percorsi / paralleli a linee
scure // ai solchi / segnati nella materia / della mente... [...] ...
sgronda e spoglia / denuda la pelle // componi simmetrie... [...]
declinati verbi / estinti dalla tirannia.
Dominante è un progetto di analisi che, anche in presenza di una
tormentosa violenza (calcinato / ottuso parco di pensieri), mai
cede alla turbata visione (quanta falsa, o comunque indigente
disperazione si soffoca nel ridicolo della più recente poesia
neoromantica...) della consunzione delle cose e della loro memoria:
declinati verbi / estinti dalla tirannia. Si dice piuttosto di
percorsi / paralleli (ancorché a linee scure), di solchi
/ segnati nella materia / della mente. E pur misurando una valenza
geometrizzante dell’universo interiore si respingono le banali
simmetrie.
C’è una predisposizione materialistica che - all’osservazione quasi di
natura freddamente scientifica (i lemmi citati, paralleli,
linee, composizioni, simmetrie...) - rivela i destini
contraddittori, che infine congiungono la vita (mente, pensiero, pelle)
alla morte (calcinati, estinzioni). Declinazioni declinanti. Che la
poesia, tuttavia, destina a una sorte sconosciuta, ma sempre presente
nel mistero, anche oltre la morte stessa: della parola che presenzia
comunque, e ovunque, come solco eternale nel limbo genetico e
memoriale del lavorìo cerebrale. In cui la ragionevole corteccia,
infine, deve cedere (e la poesia l’ostacola e insieme l’aiuta) al
profondo dalle linee scure che non cessano, incuranti del comune
tragico destino, di percorrere l’inconoscibile. O forse l’
in-conoscibile, dove l’ in- sta per negazione e per
dentro, nella... profondità del profondo. Dove, ancora, l’ in-
sta pure per cancellazione della banalità dell’essere senza
finalizzazione: sgrondato, spogliato, denudato.
Ethos e pathos, in questa visione escatologica
dell’esistenza e della sua scrittura, non fanno mai da padroni. Le
emozioni sono troppo misurate e compresse. Troppo oggetti-vamente
dominate da un effetto di retroazione (feed-back) che
mantiene in equilibrio ogni emotività. Ma questa condizione non va
confusa con la freddezza lirica: piuttosto è la straordinaria potenza
espressiva di un’astrazione segnica che, libera da ogni facile orpello,
ci mette di fronte alla vita qual è nella sua biologia indescrivibile,
nella sua cosmologia inimmaginabile e, tuttavia, tesa ad una (im)possibile
(ma non per questo non recepibile) conoscenza di verità. Quella
conoscenza che è della sensitività, e mai della ragione. La ragione ha
dei limiti. Il segno poetico è illimitato.
Questa illimitatezza, questa contraddizione equilibratrice, questa fuga
in avanti del nostro destino (fuga dal parco dei pensieri) non
smette, comunque, di protenderci - meglio ci spinge - verso
un’apparizione, un’inattesa eventualità. Nella poesia, così
rigorosamente dettata, di Anna Maria Ercilli si instaura un costante,
seppur non definibile, senso di desiderio.
Perciò va riletto un altro testo esemplare di questa precaria, ma
fascinosa, condizione, che già si rivela nel titolo: Labile confine:
sinfonia / delle pause vuote / dove arrivano i sogni. I sogni,
pensieri denudati e spiazzanti, si raggrumano nel vuoto, poiché il
vuoto è lo spazio della conquista. Nel vuoto ancora tutto deve
avvenire. Sebbene non sia detto che debba avvenire. Ma è questo che
attira la mente e le sue dismisure verso un controluce dal fuggevole
riflesso. È lo spazio dell’Aria, che non rassicura
proprio perché è percorsa dalla corrente dei venti...
lanciati in ondose dispersioni...
La scrittura di questa raccolta è ferma, rigorosamente equilibrata, ma
ci spinge alla ricerca, forse inane, nell’inutile corsa / al sublime
(Radici), della misura dell’essere, qui, per l’oltre.
Mi rammento di Marcel Duchamp, che dice di «un possibile che è
solo il mordente fisico, genere vetriolo», che brucia ogni estetica,
ogni etica (sgronda e spoglia / denuda la pelle, per riprendere
in analogia la nostra autrice), ma rimane pur sempre un possibile,
che forse ci sorprenderà. Ma infine già ci sorprende in quanto
possibile.
Gio
Ferri
* * *
Fuga dal parco
Percorsi
paralleli a linee scure
ai solchi
segnati nella materia
della mente
dentro un calcinato
ottuso parco di pensieri
intesi assoluti
sgronda e spoglia
denuda la pelle
componi simmetrie
banali come ascoltare
declinati verbi
estinti dalla tirannia.
2003
* * *
Un treno attorno alle
due del mattino
Uno squarcio
nel mezzo del sonno
risuona dalla valle
lontano
rumore di ruote d’acciaio
nel buio il peso enorme
confonde con suono greve
il resto che dorme
alle due e oltre del mattino
armamenti passano
per lunghi minuti - tanto lunghi
con il peso - tanto peso
da lasciare dopo
un vasto lago di vuoto.
2003
* * *
Labile confine
Dalle palpebre declina
sbieco il sonno
macchiando di figure
lo schermo bianco
Sinfonia delle pause
vuote
dove arrivano i sogni
confini labili
sul crinale nerazzurro
delle colline
Arboreo disegno
controluce del fuggevole
riflesso
Lupo ombra del cammino.
2003
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