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i libri

Anna Maria Ercilli

La porta di Tariso

2004

ISBN 88-7536-013-8

pp. 64

cm 12x21

€ 9,00

 

L'autore

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L'autore

Anna Maria Ercilli risiede a Trento dove è nata. Studia alcuni anni in Liguria, poi rientra nella sua città e lavora nel servizio sanitario. Segue attività di volontariato.
Pubblica: Abbraccio (in proprio, 1983), Il dono inquieto (Rebellato, 1985), Piccole Lame (Ibiskos, 1990), Dall’aria, alla terra, all’oblio (Laboratorio delle Arti, 1996).
Suoi scritti sono presenti in antologie e riviste. Pubblica dei racconti con la rivista R&S.

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I testi

 

Postfazione

La scrittura di Anna Maria Ercilli è sorretta da una concettuale, silente metafisica della mente, e tuttavia, guidata da uno sguardo penetrante oltre la parola stessa, misurata rigorosamente sulla materia delle cose. Il lettore si soffermi (è necessario, per questi testi, concentrarsi a lungo sui segni, le analogie, gli spazi...), per esempio, su Fuga dal parco: Percorsi / paralleli a linee scure // ai solchi / segnati nella materia / della mente... [...] ... sgronda e spoglia / denuda la pelle // componi simmetrie... [...] declinati verbi / estinti dalla tirannia.
Dominante è un progetto di analisi che, anche in presenza di una tormentosa violenza (calcinato / ottuso parco di pensieri), mai cede alla turbata visione (quanta falsa, o comunque indigente disperazione si soffoca nel ridicolo della più recente poesia neoromantica...) della consunzione delle cose e della loro memoria: declinati verbi / estinti dalla tirannia. Si dice piuttosto di percorsi / paralleli (ancorché a linee scure), di solchi / segnati nella materia / della mente. E pur misurando una valenza geometrizzante dell’universo interiore si respingono le banali simmetrie.
C’è una predisposizione materialistica che - all’osservazione quasi di natura freddamente scientifica (i lemmi citati, paralleli, linee, composizioni, simmetrie...) - rivela i destini contraddittori, che infine congiungono la vita (mente, pensiero, pelle) alla morte (calcinati, estinzioni). Declinazioni declinanti. Che la poesia, tuttavia, destina a una sorte sconosciuta, ma sempre presente nel mistero, anche oltre la morte stessa: della parola che presenzia comunque, e ovunque, come solco eternale nel limbo genetico e memoriale del lavorìo cerebrale. In cui la ragionevole corteccia, infine, deve cedere (e la poesia l’ostacola e insieme l’aiuta) al profondo dalle linee scure che non cessano, incuranti del comune tragico destino, di percorrere l’inconoscibile. O forse l’ in-conoscibile, dove l’ in- sta per negazione e per dentro, nella... profondità del profondo. Dove, ancora, l’ in- sta pure per cancellazione della banalità dell’essere senza finalizzazione: sgrondato, spogliato, denudato.
Ethos e pathos, in questa visione escatologica dell’esistenza e della sua scrittura, non fanno mai da padroni. Le emozioni sono troppo misurate e compresse. Troppo oggetti-vamente dominate da un effetto di retroazione (feed-back) che mantiene in equilibrio ogni emotività. Ma questa condizione non va confusa con la freddezza lirica: piuttosto è la straordinaria potenza espressiva di un’astrazione segnica che, libera da ogni facile orpello, ci mette di fronte alla vita qual è nella sua biologia indescrivibile, nella sua cosmologia inimmaginabile e, tuttavia, tesa ad una (im)possibile (ma non per questo non recepibile) conoscenza di verità. Quella conoscenza che è della sensitività, e mai della ragione. La ragione ha dei limiti. Il segno poetico è illimitato.
Questa illimitatezza, questa contraddizione equilibratrice, questa fuga in avanti del nostro destino (fuga dal parco dei pensieri) non smette, comunque, di protenderci - meglio ci spinge - verso un’apparizione, un’inattesa eventualità. Nella poesia, così rigorosamente dettata, di Anna Maria Ercilli si instaura un costante, seppur non definibile, senso di desiderio.
Perciò va riletto un altro testo esemplare di questa precaria, ma fascinosa, condizione, che già si rivela nel titolo: Labile confine: sinfonia / delle pause vuote / dove arrivano i sogni. I sogni, pensieri denudati e spiazzanti, si raggrumano nel vuoto, poiché il vuoto è lo spazio della conquista. Nel vuoto ancora tutto deve avvenire. Sebbene non sia detto che debba avvenire. Ma è questo che attira la mente e le sue dismisure verso un controluce dal fuggevole riflesso. È lo spazio dell’Aria, che non rassicura proprio perché è percorsa dalla corrente dei venti... lanciati in ondose dispersioni...
La scrittura di questa raccolta è ferma, rigorosamente equilibrata, ma ci spinge alla ricerca, forse inane, nell’inutile corsa / al sublime (Radici), della misura dell’essere, qui, per l’oltre.
Mi rammento di Marcel Duchamp, che dice di «un possibile che è solo il mordente fisico, genere vetriolo», che brucia ogni estetica, ogni etica (sgronda e spoglia / denuda la pelle, per riprendere in analogia la nostra autrice), ma rimane pur sempre un possibile, che forse ci sorprenderà. Ma infine già ci sorprende in quanto possibile.

 

Gio Ferri

 

* * *

 

Fuga dal parco


Percorsi
paralleli a linee scure
          ai solchi
          segnati nella materia
          della mente
dentro un calcinato
ottuso parco di pensieri
intesi assoluti
          sgronda e spoglia
          denuda la pelle
componi simmetrie
banali come ascoltare
          declinati verbi
          estinti dalla tirannia.

 

2003
 

* * *

 

Un treno attorno alle due del mattino


Uno squarcio
nel mezzo del sonno
risuona dalla valle
lontano
rumore di ruote d’acciaio
nel buio il peso enorme
confonde con suono greve
il resto che dorme
alle due e oltre del mattino
armamenti passano
per lunghi minuti - tanto lunghi
con il peso - tanto peso

da lasciare dopo
un vasto lago di vuoto.

 

2003

 

* * *

 

Labile confine


Dalle palpebre declina
sbieco il sonno
macchiando di figure
lo schermo bianco

Sinfonia delle pause
vuote
dove arrivano i sogni
confini labili
sul crinale nerazzurro
delle colline

Arboreo disegno
controluce del fuggevole
riflesso

Lupo ombra del cammino.

 

2003

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Recensioni

  24 febbraio 2005 [Raffaele Piazza]  leggi

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