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Claudio Mancini, medico,
è nato a Bologna e risiede a Castrocaro Terme.
Per le edizioni SIAD - Armenia di Milano ha pubblicato i due volumi di
divulgazione scientifica L’asma bronchiale (1983) e Il
pronto soccorso (1984).
In prosa ha pubblicato Scarti di logica (Caleidoscopio
Letterario, Genova 1991) e Lettere a Francis (Società Editrice
“Il Ponte Vecchio”, Cesena 1997; premio “Maestrale”, 1998). In poesia
sono apparsi i seguenti titoli: Una crepa nel buio (Galeati,
Imola 1973), Per vivere ancora (Rebellato, Cittadella 1975),
Prendi la luna, prendi la luna bella (Forum/ Quinta Generazione,
Forlì 1979), Terra vissuta (Miano, Milano 1981), Le Marie
(Forum/Quinta Generazione, Forlì 1982), Alice sbaglia specchio
(Forum/Quinta Generazione, Forlì 1985), Erbario minimo
(all’antico mercato saraceno, Treviso 1986), Silhouettes (La
Grotta di Circe, Treviso 1988), Oh, cielo! (all’antico mercato
saraceno, Treviso 1990), Sul perché del tempo (Edizioni del
Leone, Spinea 1995), La logica del dubbio (Società Editrice “Il
Ponte Vecchio”, Cesena 1999), Il segno e il sogno (L’Autore
Libri, Firenze 2001).
Ha vinto, fra gli altri, i premi “David”, “Guido Gozzano”, “Città di
Como”, “Cesare Pavese”, “Il Melozzo”, “Val di Magra”, “Città di Lerici”.
È fondatore a Castrocaro Terme nel 1988, con Rocco Messina, del premio
“Aldo Spallicci” di cui presiede l’organizzazione.
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Presentazione
Lo confesso. Non avevo ancora letto il titolo del libro, ma soltanto
qualche lirica della prima sezione, Bloc notes, e su di una,
anzi su un solo suo verso, il primo, mi ero soffermato, ma già avevo
compreso che era lui il protagonista; lui, cioè il tempo, quello che,
lo vidi poi, più avanti, è «eternamente stanco di passare», come dice
una lirica dal titolo significativo, Il riposo del tempo, della quale
non pare inutile riportare un rapido condensato. «Ecco la casa, sulla
destra in fondo, / dove il tempo si espande nei silenzi / dove la
solitudine è sospesa / tra i pensieri e le assenze / quando per
fantasia accadono le favole. // Qualche volta lo incontro in poesia / e
gli faccio domande stralunate». Sono quelle sulla qualità del domani,
visto che oggi appare l’inutile domani di ieri. Ma del futuro il tempo
non sa nulla: conosce soltanto la noia dell’inutile passare cui è
destinato.
Ero già trascorso alla terza sezione della raccolta intitolata
Futurum esse (essere per essere): dal titolo evidentemente ambiguo,
perché può venir reso in due modi, o il futuro in quanto previsto, il
suo stare sul punto di essere, oppure la vita, cioè, l’essere
senz’altro scopo che l’essere. I due sensi si addicono entrambi al
titolo, e soprattutto al messaggio, della raccolta. Ce lo dice, in
sostanza, la lirica che subito segue, I tre tempi: «Il presente
è il futuro del passato / il futuro una fuga dal presente / e il
passato un ricordo rispecchiato»; che sembra riecheggiare l’idea
agostiniana del sostanziale attualizzarsi costante di tutti i tempi nel
presente, che li unisce in quella che potremmo dire tensione
metatemporale dell’esistere. Basta, in proposito, soffermarsi su
un’altra lirica vicina, Futuro passato, che riportiamo qui con
scarso rispetto, forzatamente, alla sua dislocazione topografica (o
giustezza) nella pagina: «Ritorni / oscillazioni / dissolvenze… / sto
ricucendo il tempo con fatica / scivolo / m’arrovello / seguo le mappe
e i simboli / mentre tutto si stacca dalle immagini / lungo i dannati
giorni che sgomentano. // Tu non mi cerchi più / sei solo un punto /
riemerso dalle crepe del passato… // Aspettami nei sogni del futuro /
sul ponte sconfinato delle attese: / mi narrerai le cose che non pensi
/ ed io non parlerò della mia vita». Evidentemente l’eventuale
suggestione agostiniana qui non appare più, soverchiata dalla “atonia”
(è anche il titolo di un’altra lirica) posta dal poeta al centro della
sua vita d’ora, così come il futuro, che nasce nel segno della
dissolvenza, affidato a una poetica speranza che sa di essere, appunto,
poetica consolazione.
Tornando al punto dal quale ero partito, mi sembra che valga ora la
pena di citare tutta quella breve lirica, come proposizione tematica
elementare, o meglio, fondamentale: «Spazio il tempo / e sbadiglio /
disteso a ruminare / su ciò ch’è stato / e ciò che non sarà… /
Arrugginisco attese: / la speranza mi uccide». Importante è qui in
primo luogo la voce verbale di prima persona che apre il testo. Essa
indica uno spaziare il tempo da parte dell’autore, un dilatarne
l’essenza dalla successione cronologico-intensiva, dello scorrere come
ansia del costruirsi storico della vita, a uno sviluppo che diremmo
orizzontale, che altro non significa se non la geografia del
non-essere, dell’assenza; dell’attesa, cioè, vana, che diviene
deprivazione, arrugginire dell’essere, consapevole che la speranza non
verrà soddisfatta. In un altro suo libro Mancini ha parlato, come dice
il titolo, di logica del dubbio; qui, invece, tratta della logica
dell’assenza, o meglio, del nulla: della vita già vissuta come
illusione perduta (e lo stesso può essere detto del tempo passato e
dunque spento), chiaramente definita nella lirica Precarietà,
dove la vita dell’io e d’una persona amata sono congiunte in un
rassegnato “non più”, che diviene pateticamente sinonimo di un “non”
consistere; con perdita irreparabile, presentata come fatale, della
vita definita «castello di carte / fra clonate illusioni e vuoti a
perdere / come se dietro il dondolio d’un brivido / si nascondesse un
punto ove consistere...». Ma la persona amata tace, e il superstite
medita, fondendosi del tutto con Lei «sul dissennato senso della
logica», tra un franare di oggetti che divengono metafora di totale e
irreparabile declino. La conclusione è desolata, ma tuttavia l’ultimo
verso non sa rinunciare al fascino mai perduto della poesia; di quella
che permane ancora nell’animo: «Si vive di grovigli e d’abitudini / si
muore di miraggi e malintesi: / non rimane che attendere / il tempo -
che non torna- / e il disperato accenno d’un sorriso».
La situazione approfondita da questa meditazione poetica si esprime
nell’immagine, lontana dal facile patetismo e da ogni rivolta inutile,
ma tutta intesa a ritrovare, nella poesia, il senso e l’affermazione
d’una superstite presenza: «ed io son qui, sbattuto su un frammento, /
che cerco di comprendere / il senso delle cose / e perché sto vivendo
per morire» (Incomprensione). E per quel che riguarda “Lei”,
basterà l’accenno intensamente poetico, il cui pudore illumina questa
raccolta con sparse, sommesse lettere d’amore: «Il rosso accende, il
viola intriga / il bianco abbaglia, il verde spera, / il blu sospira… /
(propendo per il rosa senza veli / o per l’azzurro cielo d’uno
sguardo). // Divagano i pensieri / mentre di malavoglia / sto
ritornando a casa / dove mi attende il tuo maglione giallo /
abbandonato sul divano beige. // Oh, se tu fossi qui, anche se
scolorita! / Da quando non ci sei / tutto mi sembra nero» (Colori).
Un problema di tutti e di sempre; ma si sa che al poeta non vanno
chieste soluzioni, bensì fermezza e rigore di testimonianza; il
pathos dell’erranza, che è la vita, vorremmo dire in questo caso; e
che è anche la morte, il cui pensiero viene qui vissuto da Mancini con
dignità lontana da lamenti inutili e da altrettanto inutili forme di
esibizionismo, anzi, a volte, con un’ironia ben lontana dal cinismo e
dalla disperazione, come chi sa di attingere non tanto la speranza,
quanto quello che rimane pur sempre il fascino dell’inconoscibile. Non
invidieremo questa volta al lettore il piacere d’una lettura che
divenga progressiva scoperta personale; citeremo soltanto il finale
d’una delle liriche più intense e caratterizzanti del libro, anche per
quel che riguarda la pacata e composta ironia, che è La partenza,
della quale va sottolineata qui la conclusione: «la partenza è in
arrivo / ma il traguardo non c’è / e il ritorno chissà».
La parola «chissà» ha una funzione che va oltre il suo significato e la
sua certo non esibita filosofia; sottolinea uno stile comune al libro,
degno di considerazione sul piano ideologico e, nel contempo, formale:
quello del pathos sommesso, discreto e rigorosamente perseguito
della sua testimonianza. Si tratta d’un amore stroncato dalla morte,
del conseguente ridursi della vita a un seguito di parvenze vane, a
fuga, assenza senso di immanente vanificazione. Conviene tuttavia
sottolineare la mancanza di ogni sussulto romantico, il coraggio
superstite nel deserto del perduto. E qui l’ironia interviene come
esemplare misura di ritrovata dignità. Si veda, ad esempio, L’amore
sdrucciolo, dove il giuoco letterario vela la confessione, che
unisce al passato la tristezza irreparabile del presente, il senso del
destino, ma anche la fermezza della mente che non cede («Mi dici che
vuoi perdermi / ma poi ritorni impavida. / Tu sei l’imprevedibile / che
pencola sul brivido / d’un frullo d’ali fragili // Io sono
inarrestabile: / un pensiero che svetta senza limiti / oltre l’estremo
culmine…»). Permane un dir di sì alla morte, e alla vita, affidata,
questa, alla memoria, accettata anche nella sua dissolvenza, come
perenne brivido, per usare una parola-chiave di queste liriche, proteso
all’illusione di esistere, impetrata ora dall’unica, superstite
certezza: la fedeltà alla scrittura poetica, solo «fare» rimasto; anche
qui rifiutando ogni facile gesto romantico: «oh, sì, volare libero… /
ma poi mi appoggio al tavolo e ti scrivo / per ritrovare un punto ove
consistere».
Mario
Pazzaglia
* * *
Tutto è fermo - sospeso -
fa le solite cose
che non ho mai capito:
perché son qui e non là
perché tu non ci sei
perché cerco e non trovo…
Il tempo è un malandrino
lo spazio un vagabondo.
Penso ripenso e medito
ma non basta pensare per capire.
* * *
Spazio il tempo
e sbadiglio
disteso a ruminare
su ciò ch’è stato
e ciò che non sarà…
Arrugginisco attese:
la speranza mi uccide.
* * *
Incomprensione
L’elastico tirato fino al limite
la luce dietro l’angolo
le forze al punto critico
l’evento inevitabile
e Dio, se c’era, immobile…
in un nanosecondo l’esplosione:
lo spazio fu nel tempo
il tempo nello spazio
e dal niente - voilà - comparve il tutto
ed io sono qui, sbattuto su un frammento,
che cerco di comprendere
il senso delle cose
e perché sto vivendo per morire.
* * *
Colori
Il rosso accende, il viola intriga,
il bianco abbaglia, il verde spera,
il blu sospira…
(propendo per il rosa senza veli
o per l’azzurro cielo d’uno sguardo).
Divagano i pensieri
mentre di malavoglia
sto ritornando a casa
dove mi attende il tuo maglione giallo
abbandonato sul divano beige.
Oh, se tu fossi qui, anche se scolorita!
Da quando non ci sei
tutto mi sembra nero.
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