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i libri

Claudio Mancini

L'ombra del tempo

2005

ISBN 88-7536-049-9

pp. 112

cm 12x21

€ 12,50

 

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L'autore

Claudio Mancini, medico, è nato a Bologna e risiede a Castrocaro Terme.
Per le edizioni SIAD - Armenia di Milano ha pubblicato i due volumi di divulgazione scientifica L’asma bronchiale (1983) e Il pronto soccorso (1984).
In prosa ha pubblicato Scarti di logica (Caleidoscopio Letterario, Genova 1991) e Lettere a Francis (Società Editrice “Il Ponte Vecchio”, Cesena 1997; premio “Maestrale”, 1998). In poesia sono apparsi i seguenti titoli: Una crepa nel buio (Galeati, Imola 1973), Per vivere ancora (Rebellato, Cittadella 1975), Prendi la luna, prendi la luna bella (Forum/ Quinta Generazione, Forlì 1979), Terra vissuta (Miano, Milano 1981), Le Marie (Forum/Quinta Generazione, Forlì 1982), Alice sbaglia specchio (Forum/Quinta Generazione, Forlì 1985), Erbario minimo (all’antico mercato saraceno, Treviso 1986), Silhouettes (La Grotta di Circe, Treviso 1988), Oh, cielo! (all’antico mercato saraceno, Treviso 1990), Sul perché del tempo (Edizioni del Leone, Spinea 1995), La logica del dubbio (Società Editrice “Il Ponte Vecchio”, Cesena 1999), Il segno e il sogno (L’Autore Libri, Firenze 2001).
Ha vinto, fra gli altri, i premi “David”, “Guido Gozzano”, “Città di Como”, “Cesare Pavese”, “Il Melozzo”, “Val di Magra”, “Città di Lerici”. È fondatore a Castrocaro Terme nel 1988, con Rocco Messina, del premio “Aldo Spallicci” di cui presiede l’organizzazione.

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I testi

 

Presentazione

Lo confesso. Non avevo ancora letto il titolo del libro, ma soltanto qualche lirica della prima sezione, Bloc notes, e su di una, anzi su un solo suo verso, il primo, mi ero soffermato, ma già avevo compreso che era lui il protagonista; lui, cioè il tempo, quello che, lo vidi poi, più avanti, è «eternamente stanco di passare», come dice una lirica dal titolo significativo, Il riposo del tempo, della quale non pare inutile riportare un rapido condensato. «Ecco la casa, sulla destra in fondo, / dove il tempo si espande nei silenzi / dove la solitudine è sospesa / tra i pensieri e le assenze / quando per fantasia accadono le favole. // Qualche volta lo incontro in poesia / e gli faccio domande stralunate». Sono quelle sulla qualità del domani, visto che oggi appare l’inutile domani di ieri. Ma del futuro il tempo non sa nulla: conosce soltanto la noia dell’inutile passare cui è destinato.
Ero già trascorso alla terza sezione della raccolta intitolata Futurum esse (essere per essere): dal titolo evidentemente ambiguo, perché può venir reso in due modi, o il futuro in quanto previsto, il suo stare sul punto di essere, oppure la vita, cioè, l’essere senz’altro scopo che l’essere. I due sensi si addicono entrambi al titolo, e soprattutto al messaggio, della raccolta. Ce lo dice, in sostanza, la lirica che subito segue, I tre tempi: «Il presente è il futuro del passato / il futuro una fuga dal presente / e il passato un ricordo rispecchiato»; che sembra riecheggiare l’idea agostiniana del sostanziale attualizzarsi costante di tutti i tempi nel presente, che li unisce in quella che potremmo dire tensione metatemporale dell’esistere. Basta, in proposito, soffermarsi su un’altra lirica vicina, Futuro passato, che riportiamo qui con scarso rispetto, forzatamente, alla sua dislocazione topografica (o giustezza) nella pagina: «Ritorni / oscillazioni / dissolvenze… / sto ricucendo il tempo con fatica / scivolo / m’arrovello / seguo le mappe e i simboli / mentre tutto si stacca dalle immagini / lungo i dannati giorni che sgomentano. // Tu non mi cerchi più / sei solo un punto / riemerso dalle crepe del passato… // Aspettami nei sogni del futuro / sul ponte sconfinato delle attese: / mi narrerai le cose che non pensi / ed io non parlerò della mia vita». Evidentemente l’eventuale suggestione agostiniana qui non appare più, soverchiata dalla “atonia” (è anche il titolo di un’altra lirica) posta dal poeta al centro della sua vita d’ora, così come il futuro, che nasce nel segno della dissolvenza, affidato a una poetica speranza che sa di essere, appunto, poetica consolazione.
Tornando al punto dal quale ero partito, mi sembra che valga ora la pena di citare tutta quella breve lirica, come proposizione tematica elementare, o meglio, fondamentale: «Spazio il tempo / e sbadiglio / disteso a ruminare / su ciò ch’è stato / e ciò che non sarà… / Arrugginisco attese: / la speranza mi uccide». Importante è qui in primo luogo la voce verbale di prima persona che apre il testo. Essa indica uno spaziare il tempo da parte dell’autore, un dilatarne l’essenza dalla successione cronologico-intensiva, dello scorrere come ansia del costruirsi storico della vita, a uno sviluppo che diremmo orizzontale, che altro non significa se non la geografia del non-essere, dell’assenza; dell’attesa, cioè, vana, che diviene deprivazione, arrugginire dell’essere, consapevole che la speranza non verrà soddisfatta. In un altro suo libro Mancini ha parlato, come dice il titolo, di logica del dubbio; qui, invece, tratta della logica dell’assenza, o meglio, del nulla: della vita già vissuta come illusione perduta (e lo stesso può essere detto del tempo passato e dunque spento), chiaramente definita nella lirica Precarietà, dove la vita dell’io e d’una persona amata sono congiunte in un rassegnato “non più”, che diviene pateticamente sinonimo di un “non” consistere; con perdita irreparabile, presentata come fatale, della vita definita «castello di carte / fra clonate illusioni e vuoti a perdere / come se dietro il dondolio d’un brivido / si nascondesse un punto ove consistere...». Ma la persona amata tace, e il superstite medita, fondendosi del tutto con Lei «sul dissennato senso della logica», tra un franare di oggetti che divengono metafora di totale e irreparabile declino. La conclusione è desolata, ma tuttavia l’ultimo verso non sa rinunciare al fascino mai perduto della poesia; di quella che permane ancora nell’animo: «Si vive di grovigli e d’abitudini / si muore di miraggi e malintesi: / non rimane che attendere / il tempo - che non torna- / e il disperato accenno d’un sorriso».
La situazione approfondita da questa meditazione poetica si esprime nell’immagine, lontana dal facile patetismo e da ogni rivolta inutile, ma tutta intesa a ritrovare, nella poesia, il senso e l’affermazione d’una superstite presenza: «ed io son qui, sbattuto su un frammento, / che cerco di comprendere / il senso delle cose / e perché sto vivendo per morire» (Incomprensione). E per quel che riguarda “Lei”, basterà l’accenno intensamente poetico, il cui pudore illumina questa raccolta con sparse, sommesse lettere d’amore: «Il rosso accende, il viola intriga / il bianco abbaglia, il verde spera, / il blu sospira… / (propendo per il rosa senza veli / o per l’azzurro cielo d’uno sguardo). // Divagano i pensieri / mentre di malavoglia / sto ritornando a casa / dove mi attende il tuo maglione giallo / abbandonato sul divano beige. // Oh, se tu fossi qui, anche se scolorita! / Da quando non ci sei / tutto mi sembra nero» (Colori).
Un problema di tutti e di sempre; ma si sa che al poeta non vanno chieste soluzioni, bensì fermezza e rigore di testimonianza; il pathos dell’erranza, che è la vita, vorremmo dire in questo caso; e che è anche la morte, il cui pensiero viene qui vissuto da Mancini con dignità lontana da lamenti inutili e da altrettanto inutili forme di esibizionismo, anzi, a volte, con un’ironia ben lontana dal cinismo e dalla disperazione, come chi sa di attingere non tanto la speranza, quanto quello che rimane pur sempre il fascino dell’inconoscibile. Non invidieremo questa volta al lettore il piacere d’una lettura che divenga progressiva scoperta personale; citeremo soltanto il finale d’una delle liriche più intense e caratterizzanti del libro, anche per quel che riguarda la pacata e composta ironia, che è La partenza, della quale va sottolineata qui la conclusione: «la partenza è in arrivo / ma il traguardo non c’è / e il ritorno chissà».
La parola «chissà» ha una funzione che va oltre il suo significato e la sua certo non esibita filosofia; sottolinea uno stile comune al libro, degno di considerazione sul piano ideologico e, nel contempo, formale: quello del pathos sommesso, discreto e rigorosamente perseguito della sua testimonianza. Si tratta d’un amore stroncato dalla morte, del conseguente ridursi della vita a un seguito di parvenze vane, a fuga, assenza senso di immanente vanificazione. Conviene tuttavia sottolineare la mancanza di ogni sussulto romantico, il coraggio superstite nel deserto del perduto. E qui l’ironia interviene come esemplare misura di ritrovata dignità. Si veda, ad esempio, L’amore sdrucciolo, dove il giuoco letterario vela la confessione, che unisce al passato la tristezza irreparabile del presente, il senso del destino, ma anche la fermezza della mente che non cede («Mi dici che vuoi perdermi / ma poi ritorni impavida. / Tu sei l’imprevedibile / che pencola sul brivido / d’un frullo d’ali fragili // Io sono inarrestabile: / un pensiero che svetta senza limiti / oltre l’estremo culmine…»). Permane un dir di sì alla morte, e alla vita, affidata, questa, alla memoria, accettata anche nella sua dissolvenza, come perenne brivido, per usare una parola-chiave di queste liriche, proteso all’illusione di esistere, impetrata ora dall’unica, superstite certezza: la fedeltà alla scrittura poetica, solo «fare» rimasto; anche qui rifiutando ogni facile gesto romantico: «oh, sì, volare libero… / ma poi mi appoggio al tavolo e ti scrivo / per ritrovare un punto ove consistere».

 

Mario Pazzaglia

 

* * *



Tutto è fermo - sospeso -
fa le solite cose
che non ho mai capito:
perché son qui e non là
perché tu non ci sei
perché cerco e non trovo…

Il tempo è un malandrino
lo spazio un vagabondo.

Penso ripenso e medito
ma non basta pensare per capire.

 

* * *
 


Spazio il tempo
e sbadiglio
disteso a ruminare
su ciò ch’è stato
e ciò che non sarà…
Arrugginisco attese:
la speranza mi uccide.

 

* * *

 

Incomprensione


L’elastico tirato fino al limite
la luce dietro l’angolo
le forze al punto critico
l’evento inevitabile
e Dio, se c’era, immobile…

in un nanosecondo l’esplosione:
lo spazio fu nel tempo
il tempo nello spazio
e dal niente - voilà - comparve il tutto

ed io sono qui, sbattuto su un frammento,
che cerco di comprendere
il senso delle cose
e perché sto vivendo per morire.

 

* * *

 

Colori


Il rosso accende, il viola intriga,
il bianco abbaglia, il verde spera,
il blu sospira…
(propendo per il rosa senza veli
o per l’azzurro cielo d’uno sguardo).

Divagano i pensieri
mentre di malavoglia
sto ritornando a casa
dove mi attende il tuo maglione giallo
abbandonato sul divano beige.

Oh, se tu fossi qui, anche se scolorita!
Da quando non ci sei
tutto mi sembra nero.

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