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Claudio Mancini, medico, nato a Bologna,
è scomparso nel luglio 2008.
Per le edizioni SIAD - Armenia di Milano ha pubblicato i due volumi di
divulgazione scientifica L’asma bronchiale
(1983) e Il pronto soccorso (1984).
In prosa ha pubblicato Scarti di logica
(Caleidoscopio Letterario, Genova 1991) e Lettere a Francis
(Società Editrice “Il Ponte Vecchio”,
Cesena 1997; premio “Maestrale”, 1998). In poesia
sono apparsi i seguenti titoli: Una crepa nel buio
(Galeati, Imola 1973), Per vivere ancora
(Rebellato, Cittadella 1975), Prendi la luna, prendi la luna
bella (Forum/ Quinta Generazione, Forlì 1979), Terra
vissuta (Miano, Milano 1981), Le Marie
(Forum/Quinta Generazione, Forlì 1982), Alice
sbaglia specchio (Forum/Quinta Generazione, Forlì
1985), Erbario minimo (all’antico mercato
saraceno, Treviso 1986), Silhouettes (La Grotta di
Circe, Treviso 1988), Oh, cielo! (all’antico
mercato saraceno, Treviso 1990), Sul perché del
tempo (Edizioni del Leone, Spinea 1995), La logica
del dubbio (Società Editrice “Il Ponte
Vecchio”, Cesena 1999), Il segno e il sogno
(L’Autore Libri, Firenze 2001).
Ha vinto, fra gli altri, i premi “David”,
“Guido Gozzano”, “Città di
Como”, “Cesare Pavese”, “Il
Melozzo”, “Val di Magra”,
“Città di Lerici”. Fondatore a
Castrocaro Terme nel 1988, con Rocco Messina, del premio
“Aldo Spallicci” di cui per anni ha presieduto
l’organizzazione.
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Presentazione
Lo confesso. Non avevo ancora letto il titolo del libro, ma soltanto
qualche lirica della prima sezione, Bloc notes, e
su di una, anzi su un solo suo verso, il primo, mi ero soffermato, ma
già avevo compreso che era lui il protagonista; lui,
cioè il tempo, quello che, lo vidi poi, più
avanti, è «eternamente stanco di
passare», come dice una lirica dal titolo significativo, Il
riposo del tempo, della quale non pare inutile riportare un rapido
condensato. «Ecco la casa, sulla destra in fondo, / dove il
tempo si espande nei silenzi / dove la solitudine è sospesa
/ tra i pensieri e le assenze / quando per fantasia accadono le favole.
// Qualche volta lo incontro in poesia / e gli faccio domande
stralunate». Sono quelle sulla qualità del domani,
visto che oggi appare l’inutile domani di ieri. Ma del futuro
il tempo non sa nulla: conosce soltanto la noia dell’inutile
passare cui è destinato.
Ero già trascorso alla terza sezione della raccolta
intitolata Futurum esse (essere per essere): dal
titolo evidentemente ambiguo, perché può venir
reso in due modi, o il futuro in quanto previsto, il suo stare sul
punto di essere, oppure la vita, cioè, l’essere
senz’altro scopo che l’essere. I due sensi si
addicono entrambi al titolo, e soprattutto al messaggio, della
raccolta. Ce lo dice, in sostanza, la lirica che subito segue, I
tre tempi: «Il presente è il futuro del
passato / il futuro una fuga dal presente / e il passato un ricordo
rispecchiato»; che sembra riecheggiare l’idea
agostiniana del sostanziale attualizzarsi costante di tutti i tempi nel
presente, che li unisce in quella che potremmo dire tensione
metatemporale dell’esistere. Basta, in proposito, soffermarsi
su un’altra lirica vicina, Futuro passato,
che riportiamo qui con scarso rispetto, forzatamente, alla sua
dislocazione topografica (o giustezza) nella pagina: «Ritorni
/ oscillazioni / dissolvenze… / sto ricucendo il tempo con
fatica / scivolo / m’arrovello / seguo le mappe e i simboli /
mentre tutto si stacca dalle immagini / lungo i dannati giorni che
sgomentano. // Tu non mi cerchi più / sei solo un punto /
riemerso dalle crepe del passato… // Aspettami nei sogni del
futuro / sul ponte sconfinato delle attese: / mi narrerai le cose che
non pensi / ed io non parlerò della mia vita».
Evidentemente l’eventuale suggestione agostiniana qui non
appare più, soverchiata dalla “atonia”
(è anche il titolo di un’altra lirica) posta dal
poeta al centro della sua vita d’ora, così come il
futuro, che nasce nel segno della dissolvenza, affidato a una poetica
speranza che sa di essere, appunto, poetica consolazione.
Tornando al punto dal quale ero partito, mi sembra che valga ora la
pena di citare tutta quella breve lirica, come proposizione tematica
elementare, o meglio, fondamentale: «Spazio il tempo / e
sbadiglio / disteso a ruminare / su ciò
ch’è stato / e ciò che non
sarà… / Arrugginisco attese: / la speranza mi
uccide». Importante è qui in primo luogo la voce
verbale di prima persona che apre il testo. Essa indica uno spaziare il
tempo da parte dell’autore, un dilatarne l’essenza
dalla successione cronologico-intensiva, dello scorrere come ansia del
costruirsi storico della vita, a uno sviluppo che diremmo orizzontale,
che altro non significa se non la geografia del non-essere,
dell’assenza; dell’attesa, cioè, vana,
che diviene deprivazione, arrugginire dell’essere,
consapevole che la speranza non verrà soddisfatta. In un
altro suo libro Mancini ha parlato, come dice il titolo, di logica del
dubbio; qui, invece, tratta della logica dell’assenza, o
meglio, del nulla: della vita già vissuta come illusione
perduta (e lo stesso può essere detto del tempo passato e
dunque spento), chiaramente definita nella lirica Precarietà,
dove la vita dell’io e d’una persona amata sono
congiunte in un rassegnato “non più”,
che diviene pateticamente sinonimo di un “non”
consistere; con perdita irreparabile, presentata come fatale, della
vita definita «castello di carte / fra clonate illusioni e
vuoti a perdere / come se dietro il dondolio d’un brivido /
si nascondesse un punto ove consistere...». Ma la persona
amata tace, e il superstite medita, fondendosi del tutto con Lei
«sul dissennato senso della logica», tra un franare
di oggetti che divengono metafora di totale e irreparabile declino. La
conclusione è desolata, ma tuttavia l’ultimo verso
non sa rinunciare al fascino mai perduto della poesia; di quella che
permane ancora nell’animo: «Si vive di grovigli e
d’abitudini / si muore di miraggi e malintesi: / non rimane
che attendere / il tempo - che non torna- / e il disperato accenno
d’un sorriso».
La situazione approfondita da questa meditazione poetica si esprime
nell’immagine, lontana dal facile patetismo e da ogni rivolta
inutile, ma tutta intesa a ritrovare, nella poesia, il senso e
l’affermazione d’una superstite presenza:
«ed io son qui, sbattuto su un frammento, / che cerco di
comprendere / il senso delle cose / e perché sto vivendo per
morire» (Incomprensione). E per quel che
riguarda “Lei”, basterà
l’accenno intensamente poetico, il cui pudore illumina questa
raccolta con sparse, sommesse lettere d’amore: «Il
rosso accende, il viola intriga / il bianco abbaglia, il verde spera, /
il blu sospira… / (propendo per il rosa senza veli / o per
l’azzurro cielo d’uno sguardo). // Divagano i
pensieri / mentre di malavoglia / sto ritornando a casa / dove mi
attende il tuo maglione giallo / abbandonato sul divano beige. // Oh,
se tu fossi qui, anche se scolorita! / Da quando non ci sei / tutto mi
sembra nero» (Colori).
Un problema di tutti e di sempre; ma si sa che al poeta non vanno
chieste soluzioni, bensì fermezza e rigore di testimonianza;
il pathos dell’erranza, che è
la vita, vorremmo dire in questo caso; e che è anche la
morte, il cui pensiero viene qui vissuto da Mancini con
dignità lontana da lamenti inutili e da altrettanto inutili
forme di esibizionismo, anzi, a volte, con un’ironia ben
lontana dal cinismo e dalla disperazione, come chi sa di attingere non
tanto la speranza, quanto quello che rimane pur sempre il fascino
dell’inconoscibile. Non invidieremo questa volta al lettore
il piacere d’una lettura che divenga progressiva scoperta
personale; citeremo soltanto il finale d’una delle liriche
più intense e caratterizzanti del libro, anche per quel che
riguarda la pacata e composta ironia, che è La
partenza, della quale va sottolineata qui la conclusione:
«la partenza è in arrivo / ma il traguardo non
c’è / e il ritorno chissà».
La parola «chissà» ha una funzione che
va oltre il suo significato e la sua certo non esibita filosofia;
sottolinea uno stile comune al libro, degno di considerazione sul piano
ideologico e, nel contempo, formale: quello del pathos
sommesso, discreto e rigorosamente perseguito della sua testimonianza.
Si tratta d’un amore stroncato dalla morte, del conseguente
ridursi della vita a un seguito di parvenze vane, a fuga, assenza senso
di immanente vanificazione. Conviene tuttavia sottolineare la mancanza
di ogni sussulto romantico, il coraggio superstite nel deserto del
perduto. E qui l’ironia interviene come esemplare misura di
ritrovata dignità. Si veda, ad esempio, L’amore
sdrucciolo, dove il giuoco letterario vela la confessione,
che unisce al passato la tristezza irreparabile del presente, il senso
del destino, ma anche la fermezza della mente che non cede
(«Mi dici che vuoi perdermi / ma poi ritorni impavida. / Tu
sei l’imprevedibile / che pencola sul brivido /
d’un frullo d’ali fragili // Io sono inarrestabile:
/ un pensiero che svetta senza limiti / oltre l’estremo
culmine…»). Permane un dir di sì alla
morte, e alla vita, affidata, questa, alla memoria, accettata anche
nella sua dissolvenza, come perenne brivido, per usare una
parola-chiave di queste liriche, proteso all’illusione di
esistere, impetrata ora dall’unica, superstite certezza: la
fedeltà alla scrittura poetica, solo
«fare» rimasto; anche qui rifiutando ogni facile
gesto romantico: «oh, sì, volare
libero… / ma poi mi appoggio al tavolo e ti scrivo / per
ritrovare un punto ove consistere».
Mario Pazzaglia
* * *
Tutto è fermo - sospeso -
fa le solite cose
che non ho mai capito:
perché son qui e non là
perché tu non ci sei
perché cerco e non trovo…
Il tempo è un malandrino
lo spazio un vagabondo.
Penso ripenso e medito
ma non basta pensare per capire.
* * *
Spazio il tempo
e sbadiglio
disteso a ruminare
su ciò ch’è stato
e ciò che non sarà…
Arrugginisco attese:
la speranza mi uccide.
* * *
Incomprensione
L’elastico tirato fino al limite
la luce dietro l’angolo
le forze al punto critico
l’evento inevitabile
e Dio, se c’era, immobile…
in un nanosecondo l’esplosione:
lo spazio fu nel tempo
il tempo nello spazio
e dal niente - voilà - comparve il tutto
ed io sono qui, sbattuto su un frammento,
che cerco di comprendere
il senso delle cose
e perché sto vivendo per morire.
* * *
Colori
Il rosso accende, il viola intriga,
il bianco abbaglia, il verde spera,
il blu sospira…
(propendo per il rosa senza veli
o per l’azzurro cielo d’uno sguardo).
Divagano i pensieri
mentre di malavoglia
sto ritornando a casa
dove mi attende il tuo maglione giallo
abbandonato sul divano beige.
Oh, se tu fossi qui, anche se scolorita!
Da quando non ci sei
tutto mi sembra nero.
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