i libri

William Zorri

 

Immaginare quasi

ISBN-13 978887536437-3

2019

pp. 104

cm 15x21

€ 14,00

 

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L'autore

William Zorri (Milano 1990) è laureato in storia e vive a Pioltello. Immaginare quasi è la sua prima raccolta che condensa gli scritti dell’esordio poetico.
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I testi

*


Un’ombra calda al distributore di benzina
e l’asfalto rovente poco più in là del piccolo scirocco
per questo mondo che non ha dato nomi
a chi solo accade.

Uomini senzienti a metà orme di aneddoti
detti e contraddetti,
sopore di lucertole dagli occhi diffusi
affondate nelle unghie immobili.

Il logismo indifferente e rado dei densi liquami raffinati
al di qua di una spaurita macchia urbana;
qui che il sudore lacrima e per nessuno
una gomma si torce per terra e i pochi, indifferenti alla pena,
sulle labbra si aggrappano al nome proprio.

Cani con fiuto immorale e cieco alla ricerca del loro perduto diálektos...
Un adagio di benzina - quanta umanità nel meccanico domandare...
e la lieve fermezza azzurra che ci pende addosso.


 

* * *


*


La tua ciocca di capelli che sviene e mi infrasca il cuore
inquina un presagio di pace.

Il porto è salpato e porta con sé le illusioni di ogni vostra parola,
come quando mi crescevi dentro natura di nervi
saccheggiata dalla terra.

Esauste eredità di speranze ubriacano
ogni notte sempre uguale alle passate,
ogni passo dentro questa resina di luce
sempre più incapace di ogni mia esistenza.

Pago al passo dei miei giorni il fio di un lume, ancora lo pago
e come è sincera questa notte
che non può dirmi tutto!


 

* * *

 

*


In un interno di corpo
ho ecceduto lieve segretezza,
ceduto ogni esternalità
ad un identico destino,
a un digrignato continuum e a un’ultima sabbia
ai mari di mani virili,
sdraiato sulle Cariatidi
di un’immensa Maternità
che si lascia profana.

Osso nella mia acqua lucida bocca,
tramata dal silenzio fallico
di innumeri déi, terra nel loro
Dire, umida pazienza dei vespri.

 

 

* * *

 

*


                                                   
 (a L.ei)

Sfioro la tua pelle che non è più per me
nel vento che si sforza a montare l’autunno bolso e greve.
Assaporo l’amaro che del caffè mi è rimasto in gola
e offusca l’accordo che ancora stringo fra le mani
del nodo del tuo seno, del collo
che effonde
le braccia annoiate.

Non udivi le sabbie che gonfiavano lo sguardo
né vedevi l’orizzonte scherzare e farmi l’orlo al cuore,
solo un sole ghignava sul tuo ingenuo vocabolario.

Sgretolavo il frumento dei tuoi capelli
e l’odore di quella terra incapace di segreto
non aspettavo che rubarti dal collo.

Ora non fisso altro che quel giardino di cui eravamo statue imbarazzate,
spalle nude di un sogno quasi sempre previdente.

 

 

* * *

 

 

*


Io mi assolvo
seduto sul pensiero umido
dei muri,
raccolto biondo sul limite ad un’occasione azzurra
che esplode nell’aria.

Un sudario di radici
di legni neri affossati
nella luce
porosa
col cuore bisulco appoggiato ad un lampione
scalciando via i suoi battiti.

Tarde mascherine lasciano le loro serate,
uno scisma ancora,
una serica lentezza di prostitute che bruciano
in un tango di affetti inutili a chi vuole ancora morire,
strette nella lama recisa
di un’unica strada.

Torno nel letto della paternità delle mie madri,
sonno di pelle schiumosa
sonno di scogli
sfinge in cui il tempo si nasconde e rifugia,
terra salata dentro il sole,
il boato dentro un seme.

 

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