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i libri

Giovanni Giudice

Il pomeriggio

2006

ISBN 88-7536-066-9

pp. 56

cm 12x21

€ 8,50

 

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L'autore

Giovanni Giudice è nato a Imperia, dove vive, nel 1972. È insegnante.
Ha collaborato alle riviste letterarie Resine, Il Lettore di provincia, La Riviera ligure, La Scrittura e Frontiere. Con una poesia inedita inclusa nel presente libro, è giunto finalista al Premio “De Palchi-Raiziss” (New York-Verona, VI edizione, anno accademico 2003-2004; presidente della giuria, Franco Loi).

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I testi

 

Prefazione

Il pomeriggio, terza raccolta edita di Giovanni Giudice, riprende e approfondisce i temi già enucleati da Nel giro dei giorni, l’opera che ha segnato la maturazione poetica dell’autore imperiese, con un ulteriore acuirsi del pessimismo che caratterizza la sua produzione e al quale rimanda il titolo stesso. Il pomeriggio infatti indica di per sé un momento di passaggio, in cui il giorno declina nella sera e quindi nella notte, con tutte le implicazioni semantiche e concettuali che ciò comporta; la percezione del tempo che inesorabilmente trascorre si accompagna così alla coscienza di essere avviati verso la sera della vita, verso la vecchiaia sentita prima nella mente che nel fisico («uguali / io e lui, di qua, nauti / nel mare della vita», dice l’autore di sé e di «Un vecchio sbilenco», p. 34).
Una concezione del tempo quindi prettamente bergsoniana, interiore; l’autore avverte che alcune esperienze della vita (anzitutto la morte del padre, la cui presenza percorre fortemente la raccolta) lo hanno mutato e per così dire costretto a crescere, a maturare, e sono proprio esse la dolorosa unità di misura del tempo: emblematica in tal senso è la poesia L’orologio (p. 17), tutta tesa a una quantificazione del tempo sulla base di un caro oggetto utilizzato prima dal padre e poi dall’autore stesso, che l’ha ricevuto in un simbolico passaggio del testimone. Non a caso ogni poesia reca la data progressiva di composizione, come se Giudice fosse pervaso dall’ansia di dare un tempo a tutto e questo tentativo di quantificare il tempo valesse a fermarlo nella sua fuga: e in effetti «nell’ombra della luce, serena / soltanto più dal retro dello schermo» nella quale «è sospesa un’ora / del primo pomeriggio, in una quiete / pur operosa umana, / che un nulla separa / dalla libera alta sera di gabbiani» (p. 41) sembra intravedersi la possibilità del prodigio, di un attimo di tempo sottratto al divenire.
Per questo nella raccolta ricorre in modo insistito, quasi ossessivo l’immagine del momento di sospensione che prelude alla fine, allo stesso modo che la maturità sofferta precede la vecchiaia anzitutto interiore: è la stasi di un pomeriggio «improntato all’avara / luce decembrina» (p. 44) che «va scemando / in voci sommesse», mentre il poeta si prepara «all’esistenza che s’interra» (Ritorno, p. 16); oppure la triste inerzia di una sera già fatta, in cui «Si profonda nel sé il paese fuori / d’ombre, invernale» (Da un convoglio, p. 15) e «La luce che si spegne prima del sonno / la notte d’ogni giorno, / si mostra tutt’a un tratto / preludio e figura d’insensibile / finale sprofondo» (Di sera, p. 48). Appare quindi congeniale all’autore l’ambientazione nell’autunno o nell’inverno, le stagioni nelle quali meglio è dato cogliere il rapido declinare del giorno, il suo approssimarsi alla fine; ma uguale valenza hanno anche il pomeriggio tardo dell’estate «alla fine / d’agosto, in un tono / gramo che rinsalda / la crema alle facciate» (p. 20), o la domenica, intesa leopardianamente come fine dell’illusione del sabato, di cui diventa emblema la visita cimiteriale pomeridiana (Ciò che resta, p. 37). In tal senso il grigio non può che essere il colore predominante della raccolta («Fuori si distende / una città di grigiore, adagiata s’una conca / oppressa dal cielo, alto e basso / indistinti nell’inerzia della luce», p. 18), ma soprattutto il tono spento di una medietas che lungi dall’essere giusto mezzo incarna l’amarezza e la sospensione di una sera perenne dell’esistenza, prolessi di una fine che non ha bisogno di un trauma perché vissuta con rassegnazione il pomeriggio d’ogni giorno.
Collegato a questo è il tema, già presente nella precedente raccolta e qui connotato di un maggiore pessimismo, della ricorsività, dell’impietoso ritorno del tempo a se stesso, tema che trova la sua più amara espressione in quell’allegoria dell’esistenza umana che è la lirica Il giro della vita (p. 19): «Noi viventi / una vita che diviene passato, / alle spalle i vecchi / obliterati, indifferenti ormai alla storia, / noi padri insipienti / di figli che ci serbano fiducia / ignari, ap-pena o poco emersi / a questa vicenda»; tutto diventa quindi già presente, già scritto nella circolarità «del nonsenso / che prosegue» (Il viaggio della vita, p. 29), poiché «l’oggi è già il domani» (Il muro dei giorni, p. 35). Perdura comunque l’illusione che una sera altra rompa la catena ferrea dell’esistenza, l’impietoso ritorno a sé delle ore; un’illusione che è forse possibile cogliere quando «Il cielo si stempera a poco a poco / più tardi nell’azzurro della sera, / verso una promessa / d’estate, ed è febbraio, / che ritorna ai giorni dal più lungo giro» (Promessa, p. 23), pur non disgiunta dalla coscienza, quando il pomeriggio della vita squarcerà il velo chiamandoci al rendiconto, che i nostri ricordi «con noi scompariranno / nel flutto / della memoria d’evi» (p. 24), e «Giorni sconfinati s’aprono / su giorni di bianca luce (…) e poi tornano / su di sé in conto alla rovescia» (p. 28).
Per questo rispetto alle due raccolte precedenti sono meno presenti connotati paesaggistici, anzi il paesaggio è ridotto a pochi tratti essenziali, privi non solo di qualsiasi carattere consolatorio, ma di una qualsiasi significazione, come se la natura fosse insondabile, distante dall’uomo nella sua indifferenza matrigna: «chiude e schiude le sue maglie / in un ansito leggero / al fondo della vita / il mare, azzurro glaciale» (Al fondo della vita, p. 22); «l’oro della sera si disperde nella cupola / giallognola sul mare, sul tramonto / degli umani» (p. 44).
Parimenti problematica appare la possibilità di un riscatto spirituale, se non della tensione verso ciò che si eleva al di sopra dell’umano. Senza dubbio la poesia di Giudice è pervasa da un forte anelito religioso, ma si tratta di una religiosità sofferta, tormentosa, alla continua ricerca di certezze, una religiosità dal rigorismo ascetico di stampo giansenistico che non cessa d’interrogarsi di fronte all’inconoscibile, a ciò che trascende la misura e gli strumenti umani, e di dare voce al proprio dramma di fronte al mistero primo dell’esistenza. Sotto tale segno sono viste le feste più importanti della Cristianità, dalla ricorrenza della nascita di Cristo cantata «nell’universo sordo di Dolore» (Natale, p. 13) alla Pasqua, «metafora della piaga / del nostro scacco» (p. 18), il cui sole è «il rosseggiare / della Piaga / sul tramonto» (Il giallo della Pasqua, p. 25).
Perfettamente funzionale ai temi della raccolta è lo stile utilizzato da Giudice; ne Il pomeriggio è ravvisabile un’altra tappa di quell’intenso lavoro di lima che partendo dalle prime prove di Sguardi sull’universo, dove si riscontrava un’aderenza talora fin troppo stretta ai modelli della tradizione letteraria, Montale su tutti, era già approdato nella successiva Nel giro dei giorni a una cifra stilistica più personale e matura. Ma se là prevaleva ancora la predilezione per il termine dotto, estravagante, desueto, operazione comunque scevra da autocompiacimenti, ne Il pomeriggio lo stile è volutamente meno accattivante, più sobrio, talora persino più scarno, e sempre meno occhieggia a modelli letterari, a riprova del raggiungimento di una maggiore maturità anche espressiva. Per rappresentare il dominante grigiore del pomeriggio eterno dell’esistenza che eternamente ritorna a se stesso Giudice ha scelto un tono dimesso, elegiaco, teso proprio a evitare o quanto meno a deprimere le impennate, gli slanci lirici; tale scelta non significa certo uno stile piatto o trasandato, ché anzi la sobrietà di questi versi ha una tensione ritmica costante e una musicalità malinconica che mira a cantare senza incantare, esprimendo icasticamente quella piattezza che è il pomeriggio di sempre, dell’autore e di tutta un’umanità perennemente sospesa tra bene e male. E questa può essere una chiave più riposta per interpretare il farsi della sera, quando «contro il mare carico, percorso / da sputi / di spuma bianca, nella luce / vivida e straniata» s’aprono agli occhi del poeta «la vecchia città alta, colorata / del giallo della sera, e la strada / sotto, che divide sole ed ombra» (A Ventimiglia Alta, p. 26), metafora della lotta tra il sole e la notte accomunati in quel momento che come l’essere uomo non è né l’uno né l’altra ed è entrambe le cose insieme.

                                                                                                        Gianni Caccia

 

* * *

 

Il giro della vita

Noi viventi
una vita che diviene passato,
alle spalle i vecchi
obliterati, indifferenti ormai alla storia,
noi padri insipienti
di figli che ci serbano fiducia
ignari, appena o poco emersi
a questa vicenda.

                                                          27 luglio 2003

 

* * *

 

Al fondo della vita

Un giorno bianco
di luce invernale, il mondo
inerte ed io rinchiuso in me
s’una terrazza ad osservare
il transito del tutto come
immobile, domenicale,
mentre fremono
indistinte le frasche dei palmizi,
chiude e schiude le sue maglie
in un ansito leggero
al fondo della vita
il mare, azzurro glaciale.

                                                          11 gennaio 2004

 

* * *


A Ventimiglia Alta

Cadono le foglie
falcidiate da raffiche fredde
nella primavera che ritarda,
pallide, da fronde esili
protese verso il cielo oscillanti
contro il mare carico, percorso
                                        da sputi
di spuma bianca, nella luce
vivida e straniata.
                        Da una panca
dove fonde parole arrivano
spezzate e atone, dietro
la vecchia città alta, colorata
del giallo della sera, e la strada
sotto, che divide sole ed ombra.
Pare l’Apocalisse, la finale
lotta tra il Bene e il Male.

                                                             13 aprile 2004
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Recensioni

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Riconoscimenti
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