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Prefazione
Il pomeriggio, terza raccolta
edita di Giovanni Giudice, riprende e approfondisce i temi
già enucleati da Nel giro dei giorni,
l’opera che ha segnato la maturazione poetica
dell’autore imperiese, con un ulteriore acuirsi del
pessimismo che caratterizza la sua produzione e al quale rimanda il
titolo stesso. Il pomeriggio infatti indica di per sé un
momento di passaggio, in cui il giorno declina nella sera e quindi
nella notte, con tutte le implicazioni semantiche e concettuali che
ciò comporta; la percezione del tempo che inesorabilmente
trascorre si accompagna così alla coscienza di essere
avviati verso la sera della vita, verso la vecchiaia sentita prima
nella mente che nel fisico («uguali / io e lui, di qua, nauti
/ nel mare della vita», dice l’autore di
sé e di «Un vecchio sbilenco», p. 34).
Una concezione del tempo quindi prettamente bergsoniana, interiore;
l’autore avverte che alcune esperienze della vita (anzitutto
la morte del padre, la cui presenza percorre fortemente la raccolta) lo
hanno mutato e per così dire costretto a crescere, a
maturare, e sono proprio esse la dolorosa unità di misura
del tempo: emblematica in tal senso è la poesia L’orologio
(p. 17), tutta tesa a una quantificazione del tempo sulla base di un
caro oggetto utilizzato prima dal padre e poi dall’autore
stesso, che l’ha ricevuto in un simbolico passaggio del
testimone. Non a caso ogni poesia reca la data progressiva di
composizione, come se Giudice fosse pervaso dall’ansia di
dare un tempo a tutto e questo tentativo di quantificare il tempo
valesse a fermarlo nella sua fuga: e in effetti
«nell’ombra della luce, serena / soltanto
più dal retro dello schermo» nella quale
«è sospesa un’ora / del primo
pomeriggio, in una quiete / pur operosa umana, / che un nulla separa /
dalla libera alta sera di gabbiani» (p. 41) sembra
intravedersi la possibilità del prodigio, di un attimo di
tempo sottratto al divenire.
Per questo nella raccolta ricorre in modo insistito, quasi ossessivo
l’immagine del momento di sospensione che prelude alla fine,
allo stesso modo che la maturità sofferta precede la
vecchiaia anzitutto interiore: è la stasi di un pomeriggio
«improntato all’avara / luce decembrina»
(p. 44) che «va scemando / in voci sommesse»,
mentre il poeta si prepara «all’esistenza che
s’interra» (Ritorno, p. 16);
oppure la triste inerzia di una sera già fatta, in cui
«Si profonda nel sé il paese fuori /
d’ombre, invernale» (Da un convoglio,
p. 15) e «La luce che si spegne prima del sonno / la notte
d’ogni giorno, / si mostra tutt’a un tratto /
preludio e figura d’insensibile / finale sprofondo»
(Di sera, p. 48). Appare quindi congeniale
all’autore l’ambientazione nell’autunno o
nell’inverno, le stagioni nelle quali meglio è
dato cogliere il rapido declinare del giorno, il suo approssimarsi alla
fine; ma uguale valenza hanno anche il pomeriggio tardo
dell’estate «alla fine / d’agosto, in un
tono / gramo che rinsalda / la crema alle facciate» (p. 20),
o la domenica, intesa leopardianamente come fine
dell’illusione del sabato, di cui diventa emblema la visita
cimiteriale pomeridiana (Ciò che resta,
p. 37). In tal senso il grigio non può che essere il colore
predominante della raccolta («Fuori si distende / una
città di grigiore, adagiata s’una conca / oppressa
dal cielo, alto e basso / indistinti nell’inerzia della
luce», p. 18), ma soprattutto il tono spento di una medietas
che lungi dall’essere giusto mezzo incarna
l’amarezza e la sospensione di una sera perenne
dell’esistenza, prolessi di una fine che non ha bisogno di un
trauma perché vissuta con rassegnazione il pomeriggio
d’ogni giorno.
Collegato a questo è il tema, già presente nella
precedente raccolta e qui connotato di un maggiore pessimismo, della
ricorsività, dell’impietoso ritorno del tempo a se
stesso, tema che trova la sua più amara espressione in
quell’allegoria dell’esistenza umana che
è la lirica Il giro della vita (p. 19):
«Noi viventi / una vita che diviene passato, / alle spalle i
vecchi / obliterati, indifferenti ormai alla storia, / noi padri
insipienti / di figli che ci serbano fiducia / ignari, ap-pena o poco
emersi / a questa vicenda»; tutto diventa quindi
già presente, già scritto nella
circolarità «del nonsenso / che
prosegue» (Il viaggio della vita, p. 29),
poiché «l’oggi è
già il domani» (Il muro dei giorni,
p. 35). Perdura comunque l’illusione che una sera altra rompa
la catena ferrea dell’esistenza, l’impietoso
ritorno a sé delle ore; un’illusione che
è forse possibile cogliere quando «Il cielo si
stempera a poco a poco / più tardi nell’azzurro
della sera, / verso una promessa / d’estate, ed è
febbraio, / che ritorna ai giorni dal più lungo
giro» (Promessa, p. 23), pur non disgiunta
dalla coscienza, quando il pomeriggio della vita squarcerà
il velo chiamandoci al rendiconto, che i nostri ricordi «con
noi scompariranno / nel flutto / della memoria
d’evi» (p. 24), e «Giorni sconfinati
s’aprono / su giorni di bianca luce (…) e poi
tornano / su di sé in conto alla rovescia» (p. 28).
Per questo rispetto alle due raccolte precedenti sono meno presenti
connotati paesaggistici, anzi il paesaggio è ridotto a pochi
tratti essenziali, privi non solo di qualsiasi carattere consolatorio,
ma di una qualsiasi significazione, come se la natura fosse
insondabile, distante dall’uomo nella sua indifferenza
matrigna: «chiude e schiude le sue maglie / in un ansito
leggero / al fondo della vita / il mare, azzurro glaciale» (Al
fondo della vita, p. 22); «l’oro della
sera si disperde nella cupola / giallognola sul mare, sul tramonto /
degli umani» (p. 44).
Parimenti problematica appare la possibilità di un riscatto
spirituale, se non della tensione verso ciò che si eleva al
di sopra dell’umano. Senza dubbio la poesia di Giudice
è pervasa da un forte anelito religioso, ma si tratta di una
religiosità sofferta, tormentosa, alla continua ricerca di
certezze, una religiosità dal rigorismo ascetico di stampo
giansenistico che non cessa d’interrogarsi di fronte
all’inconoscibile, a ciò che trascende la misura e
gli strumenti umani, e di dare voce al proprio dramma di fronte al
mistero primo dell’esistenza. Sotto tale segno sono viste le
feste più importanti della Cristianità, dalla
ricorrenza della nascita di Cristo cantata
«nell’universo sordo di Dolore» (Natale,
p. 13) alla Pasqua, «metafora della piaga / del nostro
scacco» (p. 18), il cui sole è «il
rosseggiare / della Piaga / sul tramonto» (Il giallo
della Pasqua, p. 25).
Perfettamente funzionale ai temi della raccolta è lo stile
utilizzato da Giudice; ne Il pomeriggio
è ravvisabile un’altra tappa di
quell’intenso lavoro di lima che partendo dalle prime prove
di Sguardi sull’universo, dove si
riscontrava un’aderenza talora fin troppo stretta ai modelli
della tradizione letteraria, Montale su tutti, era già
approdato nella successiva Nel giro dei giorni a
una cifra stilistica più personale e matura. Ma se
là prevaleva ancora la predilezione per il termine dotto,
estravagante, desueto, operazione comunque scevra da autocompiacimenti,
ne Il pomeriggio lo stile è volutamente
meno accattivante, più sobrio, talora persino più
scarno, e sempre meno occhieggia a modelli letterari, a riprova del
raggiungimento di una maggiore maturità anche espressiva.
Per rappresentare il dominante grigiore del pomeriggio eterno
dell’esistenza che eternamente ritorna a se stesso Giudice ha
scelto un tono dimesso, elegiaco, teso proprio a evitare o quanto meno
a deprimere le impennate, gli slanci lirici; tale scelta non significa
certo uno stile piatto o trasandato, ché anzi la
sobrietà di questi versi ha una tensione ritmica costante e
una musicalità malinconica che mira a cantare senza
incantare, esprimendo icasticamente quella piattezza che è
il pomeriggio di sempre, dell’autore e di tutta
un’umanità perennemente sospesa tra bene e male. E
questa può essere una chiave più riposta per
interpretare il farsi della sera, quando «contro il mare
carico, percorso / da sputi / di spuma bianca, nella luce / vivida e
straniata» s’aprono agli occhi del poeta
«la vecchia città alta, colorata / del giallo
della sera, e la strada / sotto, che divide sole ed ombra» (A
Ventimiglia Alta, p. 26), metafora della lotta tra il sole e
la notte accomunati in quel momento che come l’essere uomo
non è né l’uno né
l’altra ed è entrambe le cose insieme.
Gianni Caccia
* * *
Il giro della vita
Noi viventi
una vita che diviene passato,
alle spalle i vecchi
obliterati, indifferenti ormai alla storia,
noi padri insipienti
di figli che ci serbano fiducia
ignari, appena o poco emersi
a questa vicenda.
27 luglio 2003
*
* *
Al fondo della vita
Un giorno bianco
di luce invernale, il mondo
inerte ed io rinchiuso in me
s’una terrazza ad osservare
il transito del tutto come
immobile, domenicale,
mentre fremono
indistinte le frasche dei palmizi,
chiude e schiude le sue maglie
in un ansito leggero
al fondo della vita
il mare, azzurro glaciale.
11 gennaio 2004
* * *
A
Ventimiglia Alta
Cadono le foglie
falcidiate da raffiche fredde
nella primavera che ritarda,
pallide, da fronde esili
protese verso il cielo oscillanti
contro il mare carico, percorso
da sputi
di spuma bianca, nella luce
vivida e straniata.
Da una panca
dove fonde parole arrivano
spezzate e atone, dietro
la vecchia città alta, colorata
del giallo della sera, e la strada
sotto, che divide sole ed ombra.
Pare l’Apocalisse, la finale
lotta tra il Bene e il Male.
13 aprile 2004
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