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Il comune denominatore dei dieci racconti che
costituiscono la raccolta Il Colosso di Brughello di Piergiorgio Siena
è l’essere anzitutto legati
all’immaginaria località del nord Italia citata
nel titolo, località pressappoco identificabile con un
capoluogo di provincia lombardo di media grandezza; ciò vale
anche per quei racconti che hanno una diversa ambientazione, come Paese
d’Appennino o La vendetta, ma
che sempre da Brughello prendono le mosse. Dalla narrazione emerge
così un microcosmo di personaggi quanto mai reali, vittime
di ossessioni, fobie, meschinità e manie di grandezza,
verrebbe da dire genuinamente provinciali, o genuinamente italiche; e
in effetti a un primo livello di lettura i dieci racconti mirano a una
rappresentazione, condita di moderata ironia e frequente gusto del
paradosso, dei dubbi, delle ambiguità e delle contraddizioni
della società contemporanea.
(Dalla Prefazione di Gianni
Caccia)
* * *
Il Colosso di Brughello
Da parecchie notti il sindaco di Brughello non chiudeva occhio. Si
girava e rigirava nel letto, parlava tra sé, rideva e
bestemmiava senza logica e se la moglie gli chiedeva, stanca di quel
comportamento insopportabile, cosa avesse, rispondeva nervosamente che
erano pensieri suoi e non la riguardavano, che lo lasciasse in pace, e
la sollecitava a riaddormentarsi, visto che lei poteva.
La donna tuttavia non si sentiva tranquilla: non sapeva se attribuire
gli sproloqui del marito a problemi di salute oppure a lotte politiche
nelle quali poteva essere coinvolto, anche se in realtà lei
un’idea l’aveva.
«Ti stanno facendo la guerra, eh; te l’avevo detto
io che buttandoti in politica avresti finito di star bene. È
certo quell’anima nera del Gherardi che ti fa disperare, non
è vero? Dimmi la verità. Sai cosa
faccio?», aggiungeva senza nemmeno sentire la risposta,
«la prima volta che vedo la moglie, con quella puzza sotto il
naso che ha, gliene dico quattro».
«Ma va là, che il Gherardi non c’entra
per niente», disse finalmente il sindaco quando si accorse
che le intemperanze della moglie potevano portare a contrasti ancora
maggiori all’interno della sua coalizione politica.
«È solo un’idea che mi è
venuta ma non so se e come realizzarla. Ecco tutto».
Tuttavia la moglie insistette con la sua idea. «Come al
solito tu non capisci niente, tu sei troppo buono e ti fai mettere
sotto da tutti, ecco qual è il tuo problema, e
più di tutti da quell’omuncolo che è il
Gherardi. Puoi dire quello che vuoi, ma io so bene quali sono i tuoi
problemi. Ti conosco, caro mio, e meglio di te. Sono certa che la colpa
è del Gherardi, ma tu non mi ascolti mai»,
proseguì imperterrita la donna. «Un subdolo, un
intrallazzatore, ecco cos’è. Come può
il partito accettare gente del genere non lo capirò
mai».
In realtà la politica questa volta non c’entrava
per nulla. Gli è che al sindaco era venuta un’idea
favolosa. Una di quelle idee che possono essere ricordate nel tempo e
dare la gloria ad un uomo e a una città, ma allo stesso
tempo temeva che gli avversari potessero metterlo in ridicolo e
sconfiggerlo alle elezioni. Per cui non sapeva che fare.
Andò avanti così per parecchio tempo,
finché un giorno si decise.
Presa carta e penna cominciò a stendere, con
quell’italiano incerto della gente lombarda, lo schema di una
proposta da farsi in Consiglio Comunale.
Dopo un po’ di fronzoli iniziali entrava deciso in argomento
e proponeva di realizzare “… nel luogo della
discarica e col materiale stesso là rinvenuto, un grande
monumento capace, nonostante il luogo e la materia utilizzata, di dare
lustro alla città”. Nientemeno.
Seguivano poi altre considerazioni e concludeva con un auspicio,
cioè “...che in questa nostra società
discutibilmente ma forzatamente consumistica, i rifiuti cessino di
rappresentare un problema e di essere motivo di feroci discussioni
politiche ed ambientali per trasformarsi invece in un sorprendente
strumento a sevizio dell’arte, in una fonte rigogliosa di
bellezza a testimonianza delle capacità e del genio
umano”. Ed ancora: “…auspichiamo che al
di là delle lotte politiche la nostra città possa
porsi all’avanguardia in questa nuova iniziativa che
verrà certo ricordata nei libri d’arte e di
storia”.
La lesse, la rilesse, toccò e ritoccò i punti
più significativi e poi, con decisione, una sera che
c’era il Consiglio, la tirò fuori e, di fronte
all’aula riunita, la lesse.
I consiglieri ascoltarono in silenzio e alla fine ci furono sorrisi
ironici ma anche qualche battimano. Il sindaco era persona
dall’autorità riconosciuta e in questi casi non
sempre si ha il coraggio di dire ciò che si pensa; la
verità vien fuori dopo, nelle discussioni appartate e
sottovoce. Lui lo sapeva bene e quindi non si faceva troppe illusioni.
Tutto sarebbe stato riportato alla lotta politica. Sia gli schieramenti
avversari sia le fazioni della sua stessa maggioranza, avrebbero dato
battaglia.
Al termine della seduta, tuttavia, in molti si fecero intorno al
sindaco per elogiarlo e tra questi lo stesso Gherardi che,
contrariamente a molti timori, disse subito che l’idea gli
piaceva e che la trovava meritevole di essere approfondita.
Il Gherardi, che in passato aveva osteggiato il sindaco, era una pedina
importante. In colloqui successivi chiese al sindaco il suo appoggio su
altre questioni che lo interessavano in cambio del sostegno
all’idea del monumento e raccomandò anche un suo
protetto, un artista di grande talento che, garantì, avrebbe
fatto sicuramente un ottimo lavoro.
Fu così che a Brughello fu avviato l’iter per la
costruzione di un monumento da realizzare nella locale discarica
utilizzando i rifiuti, i materiali di scarto ed i rottami.
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