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Germana Duca Ruggeri è nata ad Ancona e
vive a Urbino. Ha pubblicato le raccolte poetiche distanzainstanza
(Arti Grafiche della Torre, 1999) ed Ex ore
(Marsilio, 2002). Come narratrice ha scritto Tessere
(Manni, 2004).
Collabora con affermate riviste letterarie.
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Il tempo è
probabilmente la coordinata più importante nello svolgersi,
letterario ma anche psichico ed emozionale, della poesia di Germana
Duca Ruggeri. Già il volume precedente, intitolato
rilkianamente Ex ore, percorreva la rete intricata
di relazioni tra parole e tempo, tra corpo ed emozioni (due fondamenti
che al correre del tempo sono intimamente legati), nel farsi di una
silloge densa, ricca di contenuti orientati ma sfaccettati, aperta
all’intimità (delle situazioni, ma anche del
dialetto che esprime sensazioni tanto pregnanti quanto geograficamente
limitate) come alla vastità dei luoghi simbolici (la natura,
la città) e dei fenomeni e delle emozioni universali (la
luce, la maternità…), al quotidiano come alle
grandi domande filosofiche (fatalmente, se autentiche, intrecciate al
quotidiano stesso).
Con uno sguardo notturno, a tratti sapienziale, la poetessa scova
minime apocalissi nelle pieghe di un gesto consueto, e al tempo stesso
la pur affascinante piccolezza dell’uomo nella sua
stupefazione di un attimo. La prima quartina di questa nuova raccolta
già dice la coesistenza di macroscopico e microscopico, in
efficace e continua sinergia: «Era fresco il suo corpo quando
lo avvolgeva la luce / del lago. Sulla sponda a schiena nuda lei
scriveva / sull’acqua meditando che era lì tutto
il suo mondo / poi tesseva favolosi paesi assetata di cose
lontane»; insomma una gioia piccola, un desiderio
insaziabile, un volo e una stasi… in un verso: «un
gioco o una dolce vergogna».
Non ci si faccia però l’idea di una poetessa
idilliaca, seppur raffinata: il terzo testo del volume è
già un’invettiva contro la guerra
(significativamente vista come assenza di memoria del passato), e le
evocazioni dell’amata Urbino non sono paesaggistiche ma
capaci di attivare memorie di viaggi e desideri di condivisione.
D’altra parte, ci sono alcune salutari dichiarazioni di
concretezza, persino di pragmatismo: «La poesia non
è una pianta esotica / non cresce sulle nuvole ha radici /
sulla terra calpestata nell’infanzia / e su quella passata a
guado / nell’età matura». Linfa
indispensabile è la pazienza, e la caparbietà: la
nostra terra è infatti composta di «lingue
disuguali», ma la parola non è un torrente,
bensì un «rivolo / di acqua piovana che assidua /
si adagia nel solco e allatta il seme», per la comune
crescita di noi tutti «assegnati gli uni agli
altri».
Sandro Montalto
* * *
Se luoghi dove la vita era dolce
si sono trasformati in deserti
forse è perché l’amore
non sopporta la vicinanza
il possesso il calore giusto
della felicità. Il suo regno
è nella distanza illimitata
degli spazi. Somiglia al vincolo
che stringe silenziosamente
gli astri nella volta celeste.
* * *
C’era come un riso
in quelle corse intorno al lago
e fra le labbra a primavera
fischietti di foglie di canna.
Si udiva fragore di rane
guizzavano carpe lucenti
e noi non sapevamo se parlare o tacere.
Confuse ondeggiavano le nostre tre vite
sullo specchio rotondo dell’acqua.
* * *
Navigare a vista senza issare
vele e piano riportarsi a riva
nell’ora vuota di suoni umani
sulla breccia intrisa dalla nebbia.
Ripensare i muri della casa
l’intonaco il colore. Parlare
della polvere o della paglia
che svanisce presto quando brucia.
Avere pace. Senza perché amare.
* * *
a Paolo
Volponi
Oltre la punta di luce
della finestra
spalancata sulle mura
la grande ombra
di un ventaglio
occupava la stanza.
Oscillava come un’ala
malata e stanca
quasi un addio nascosto
a sé e ai passanti
per San Polo
la notte di agosto.
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