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Franco Santamaria è nato a Tursi
(Matera).
Docente di Letteratura Italiana e Storia in pensione, risiede dal 1990
ad Afragola (Napoli), dopo una lunga permanenza prima a Taranto, poi a
Napoli.
Ha pubblicato i volumi di poesia Primo lievito
(Gastaldi) e Storie di echi (Ferraro); in
Internet, l’opera sperimentale di poesia-pittura Parola
e Immagine (che, essendo costituita da poesie - in due lingue
- e dipinti, è stata presentata anche in mostre/ recital in
molte città italiane e in Svizzera) e il Catalogo
delle opere di pittura.
Ha conseguito, tra gli altri riconoscimenti, il Primo Premio
“Poeta Top 2003” e l’onore-onere di
rappresentare l’Italia alla 4a
Biennale Internazionale dell’Arte Contemporanea di Firenze
(dicembre 2003).
Ha all’attivo mostre personali e collettive sia in Italia che
all’estero.
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L’opera di Franco Santamaria - in poesia
come in pittura, disciplina nella quale l’autore concretizza
con accesa espressione le proprie angosce - è eminentemente
politica, sociale: si fa coraggiosamente e caparbiamente carico delle
sofferenze altrui non immaginando di sottrarli al prossimo
(così fa chi si ritiene un dio, o il personaggio di un
racconto - penso a The wish house di Kipling) ma
condividendole ed approfittando con generosità della propria
facoltà, essendo egli un artista, di levare il proprio canto
sopra la palude di conformismo ed oppressione che smorza il grido di
chi artista non è. Non c’è, tuttavia,
nell’opera di Santamaria la componente dell’
illusione: egli sa bene che l’artista proprio in quanto tale
è costituzionalmente ostacolato, messo a
tacere, eliminato, e proprio per questo egli sfrutta al massimo
ciò che il comune nemico (la mediocrità,
l’egoismo, lo strapotere…) gli permette di
esprimere, organizzandolo in forme verbali o pittoriche le quali si
nutrono sempre di un sanguinoso agon, di una lotta
incessante, corpo a corpo, violenta e senza esclusione di colpi.
(dalla Prefazione di Sandro
Montalto)
* * *
Come nelle veglie d’oriente
Ora che ci è compagna la morte
all’ombra degli striscioni e dei cartelli,
la morte
che ha passione e rabbia,
e diritto di vivere,
che avanza con il punteruolo
ficcato sulla fronte
nel fuoco delle barricate
di carta e dei lacrimogeni del vento;
ora che siamo compagni della morte
sulle strade di tanti soli che esplodono,
la morte
che sparge semi di alberi nuovi
e voce di colombi in amore;
ora, vogliamo festeggiare
come nelle veglie d’oriente.
* * *
Sono di questo pianeta
Quando avrò limato le mie ore
fino in fondo
e chiuso
definitivamente
la mia casa costruita su una nuvola,
polvere, mi deporrai
in un’urna di foglia di fiore
colto da un pianeta lontano.
Sono tue parole,
bianca zagara di fiume,
che dicono della mia
dissonanza in coro ampio di pioggia.
Eppure,
segno con orme il cammino del tempo
entro cadenze e termini che mi spettano,
e attendo che arrivi ogni alba
con la stessa fedeltà della luce;
respiro con i polmoni della terra;
ammiro nel silenzio
tra l’una e l’altra ondata
come si amano anemoni e stelle di mare.
Sono di questo pianeta.
Ma voglio rompere
la stretta catena di idee,
di acciaio e di pietra lavica,
che razionalmente
imprigiona libertà di voli,
esplode universi
resi tristi, incolori e soli.
Qui, io sento la notte
che scende
tra balli selvaggi
e ferma
l’ombra degli ulivi e dei monti al tramonto.
Queste cose io dico
che sono come te che stai soffrendo.
* * *
Sogno
Dura in me l’ultima
tua fisicità vivente
con un volto di pietra
sbianchita e segnata
dalle lacrime dei fiumi di Pandosia.
Lì ferma e sola
su un lettino
come un vagone alla fine
della sua corsa
su binario morto,
senza più passeggeri.
Con ancora il caldo,
poi sempre più spento
rantolo tra le ruote.
Voglio ancora sperare
nel tuo ritorno
su un’ala di sogno
tra le gole della mia terra, all’eco
del vento rupestre
di autunno o di primavera,
quando mareggia
madido di sole il primo
frumento.
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