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i libri

Roberto Cogo

Di acque / Di terre

2006

ISBN 88-7536-086-7

pp. 88

cm 12x21

€ 11,00

 

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L'autore

Roberto Cogo è nato a Schio (Vicenza) nel 1963.
Si è laureato in lingue e letterature anglo-americane all’Università Cà Foscari di Venezia con una tesi sulla letteratura di viaggio (Jack Kerouac e W. Least Heat-Moon).
Ha pubblicato Möbius e altre poesie, Editoria Universitaria, Venezia, 1994; In estremo stupore, Edizioni del Leone, Venezia, 2002 (finalista al Premio di Poesia “Lorenzo Montano” 2003); Nel movimento, Edizioni del Leone, Venezia, 2004. Ha tradotto W. Shakespeare; John. F. Deane, Il profilo della volpe sul vetro, Edizione del Leone, 2002 (Premio Internazionale Marineo 2002); Charles Olson; Les Murray; Gary Snyder.

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I testi

 

Prefazione

Esordito con una raccolta (Möbius e altre poesie, Editoria Universitaria, Venezia 1994) che esprimeva con assoluta determinazione la lacerazione del soggetto novecentesco, esprimendosi però in versi che avevano la delicatezza e direi fragilità della poesia orientale (si innesta pure il mito statunitense dell’origine e della frontiera, essendo l’autore anche uno studioso di letteratura di viaggio), Roberto Cogo nelle successive raccolte ha saputo meditare a fondo anche altre tradizioni (soprattutto quella italiana). Ed ha saputo anche adattare meglio la struttura dei propri testi utilizzando una dizione più franta e una struttura reticolare.
Con In estremo stupore (Edizioni del Leone, Spinea 2002), forse aiutato dalla violenta quotidianità della tematica di fondo (la morte), riesce a coniugare una certa sperimentazione e una trama di richiami letterari selezionata ma forte e radicata, e giunge sotto l’aspetto tematico ad elaborare una semplice quanto fondante riflessione: se il morire porta con sé uno stupore, esso è direttamente legato allo stupore di vivere, e allo scoprire che le maglie della sofferenza che sembrano imbrigliare l’esistenza non sono strette come potrebbe sembrare. Si potrebbe obiettare che siamo sempre alla gioia e al dolore fratelli siamesi di socratica memoria, certo: ma non è forse, la poesia, elaborare uno stile mentre ci si occupa di aggiornare le tematiche universali verificandone ad un tempo la costante validità? Ecco una delle graffianti poesie (che potremmo quasi chiamare, nel tono più che nella forma, epigrafi) di Cogo: «l’idea stessa della cosa rimane / sospesa nella materia / del pensare/si pensa / e si soppesa quasi di netto // (un destino incorniciato) // si ride per confondere / il quotidiano, // per distinguere la lama / dal buio/il luccichio / che disanima l’occhio».
Mi sembra centrale, per comprendere lo sperimentalismo tutto sommato solo superficiale, grafico, della poesia di Cogo (e ciò sia detto senza rimprovero!), una citazione da Pound che fa bella presenza all’inizio di una sezione: «che i vostri versi sperimentino le vostre intenzioni, e che la musica sia conforme»; non è il contrario, ossia la sensazione o la riflessione che deve sperimentare il verso e pervaderlo della propria essenza, bensì la parola che deve cercare di inseguire tale essenza ed essere, fatalmente, un poco cangiante, capricciosa, portatrice di una consustanziale contraddittorietà. Tutto è in movimento, insomma, e ciò non può in linea di massima che essere un bene; ecco, questo movimento informa ogni aspetto della poesia: lessicale, retorico, musicale, tematico.
Abbiamo parlato all’inizio dell’assenza di risposta, come un vano e vacuo ritornare senza significare. C’è una poesia in In estremo stupore che ottimamente rappresenta questo: «disimparando la polvere / agli occhi/la scala breve / e l’ascesa // rimane il refluo di un’attesa / che arresta/ // […] in questa fetta di mondo arroventato, / sottotetto di lamiera / (apri-spalanca-posiziona / di sbacio) // la corrente che gira / e rigira polvere inesauribile nulla». Nella successiva raccolta di Cogo Nel movimento (Edizioni del Leone, Spinea 2004) tutto è permeato da questo silenzio, dalla solitudine, dall’esigenza di un viaggio che sappia combattere con un errare della mente cosciente e coscienziosa l’ormai incontrollata proliferazione del caos e della metamorfosi («nella memoria delle particelle / il movimento // [...] l’intrinseco movimento che sdoppia / la vita»). La solitudine, che si fa vuoto pneumatico o atomizzazione, è comunque straziante: «il raggio di sole rivela / una sua indiretta indiscrezione / quando filtra e cade qui / quando rifrange la sua assenza qui / nel peso del cranio / quando urla il suo fotone e lo spinge / nella carne qui // s’imprime quel suo clamore di vita». E si infrange anche l’organizzazione poematica fino a qui molto significativa (nella sua seconda raccolta Cogo sceglie una citazione di Blanchot: «il poema è l’assenza di risposta», come se in assenza di risposta la domanda dovesse farsi più incisiva, ma anche articolata). Il libro è organizzato in dodici sequenze che riassumono le sensazioni di viaggi come tentativi di conquistare un mondo che va perdendosi. Tutto però tenta di reagire, di riorganizzarsi, cerca di agglutinarsi tramite allitterazioni, anafore, rime interne come una pulsione di ritorno all’ordine; in Cogo è sempre presente una voglia costruttiva di coltivare con passione e rigore sia la parola che l’osservazione come conquista dell’universo, e nuova presa di coscienza del proprio sentire.

Questa ultima e più matura raccolta Di acque / Di terre approfondisce i nuclei primari e sviluppa alcuni aspetti rimasti fino ad ora latenti. La maturità si esprime fin dalle due epigrafi in cui si evidenziano la nozione di “altrove”, da leggere non tanto come condanna all’alterità ma soprattutto come esistenza di una terrena terra promessa, e la convinzione della possibilità di piantare radici in questa terra lontana, l’esigenza di radicarsi mentre lo spirito non si dissocia dal corpo ma ugualmente non rinuncia alla sua vocazione alata, creativa, errante. Maturità che si conferma nella prima coraggiosa sezione del libro, squaderna l’intimità più profonda del poeta articolandosi in una sequenza di versi taglienti ed essenziali e in brevi prose che nulla lasciano al mistero e all’oscuro, prose chiare, programmatiche, a tratti impietose. Siamo di fronte al poeta che fa i conti con la propria esigenza di scrivere e che, siamo lieti di dirlo, trova in sé le motivazioni per una poesia vera, necessaria, ancora una volta umanissima. Sporgono allora concetti portanti come il «momento» fuggevole e irripetibile come «un battito di ciglia, uno sguardo», il «sentimento dell’esistere» che riesce ancora a saldare questi momenti in un’unica identità, la memoria che «abbatte le frontiere» e viene definita «atto creativo», la finitezza del tutto («partecipi di un unico momento, protratto ma non interminabile») e ancora una volta la nozione mai abbastanza predicata della “necessità” scevra da posticci imperativi sociali o letterari, condizione che sola può garantire l’avvento di una reale scrittura poetica («l’attenzione prevale sul dovere di capire. perduto nell’andare ma senza frenesie»). Così, «sospesa ogni impazienza», Cogo ha ora raggiunto quella profondità autentica (ossia assolutamente non atarassica, tesa allo sforzo anche se è «inafferrabile» la «relazione col mondo / che muta»), quella non passiva «eufonia con l’esistente» («non mimesi ma trasformazione») che gli permette di osservare come «ricade una sostanza celeste / sulle penombre della terra» mentre tutti i sensi sono attenti a cogliere come «follie di scie e bolle rimandano / al movimento / a un fragile esistente», quel movimento che non a caso già dava il titolo a un precedente libro.
Non per ricorrere a fruste e facili immagini, ma davvero la poesia di Cogo ha sempre avuto l’aspetto di una serie di gocce che vanno lentamente a formare un fiume in costante crescita di portata e velocità, un fiume trascinante come solo la pazienza sa essere. La serie di immagini ed espressioni che il poeta usa da sempre è costruita con arte, sistematica, agisce per incessante sinergia più che per semplice accumulo. Tecnico attento, allora, affila le armi che ha già saggiato in precedenti libri e sa richiamare l’attenzione sui fenomeni che ci circondano con un’attenzione umanissima, e non con un sorriso stuporoso e vacuo. Mai prima d’ora la poesia di Cogo aveva messo così al centro i fenomeni naturali, da una parte richiamando la poesia anglofila di Camillo Pennati nel suo movimento incessante e quasi cannibale («il vento indugia e ingurgita l’aria»), dall’altra certe pulsioni geometrico-naturali («dare un senso alla descrizione? puro gusto di annotare e fissare fuggevoli impressioni?») e interpretazioni della natura come cosmo di alcuni poeti lombardi e svizzeri. Fanno da necessario controcanto le indignazioni, verso ad esempio due modi, naturale e innaturale, di scorrere della fiumana: «il tempo del torrente che parla / del traffico incurante mentre graffia / la sua scorza / […] così in coscienza sprovvisto di tutto / con un senso naturale tutto / da riconquistare». Ne parla l’ultima personalissima sezione, dedicata alla wilderness impersonificata da «monumenti naturali | testimoni / sospesi / tra empatia e distacco».
D’altra parte, se «la forma è un’estensione del contenuto» e «il contenuto è vita, nient’altro», si può leggere una sorta di vitalismo nell’impronta teorica dell’autore, forse qua e là disperata nella constatazione di come i sensi siano fallibili e limitati; basti questo implicito peggioramento della percezione: «un pesce una sagoma solo un’ombra / sfreccia sfugge la presenza // invisibili usignoli». Il tutto senza dimenticare l’epifania, la possibilità di un «dialogo inatteso con l’amorfo», fatta salva l’«intima unione con la terra sotto i piedi».

Ecco allora che, anche se siamo tutti «rinchiusi asetticamente pressurizzati» e forzati «contra naturam» a meccaniche precipitazioni, come era scritto in una precedente raccolta, il poeta dimostra di rientrare nel novero di coloro per i quali la poesia è ancora fedele rappresentazione dell’umano, di un vivere che non teme le gioie e i dolori, e soprattutto accoglie la molteplicità come dato non aprioristicamente positivo ma che sarebbe dannoso rimuovere. La poesia, sembra dirci Cogo, nonostante il mondo in cui prende vita, non può mai essere impersonale.

                                                                                                    Sandro Montalto
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* * *

 

la scrittura ostinata prevale alle intenzioni
riappaiono volti e gesti
trovano spazio segni

chi governa il flutto ultimo di un tuffo
il suono dell’acqua quando
d’incanto si straccia

chi governa questo moto prevalente
questo battito delle onde
sulla sponda

 

* * *

 

qui ogni riposo si fa acqua e roccia

certo avanzare nel crescere
della pianta / una tonda morbidezza

malattia che pende dall’alto del ponte

sono rare interferenze nel silenzio
di un tronco marcescente

sono attese d’acqua marrone

un guizzo che preda l’insetto
il ribollire allegro dei pattinatori

qui solo insetti di superficie

 

* * *

 

la natura scostante del pericolo

qui
nella valletta
una poiana — diverse farfalle
e vento tra foglie e fronde in alto

quando l’uomo compare scende
il silenzio — il resto svanisce
si dilegua effondendo
la propria presenza
nel movimento
naturale
qui

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