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Prefazione
Esordito con una raccolta (Möbius e altre poesie,
Editoria Universitaria, Venezia 1994) che esprimeva con assoluta
determinazione la lacerazione del soggetto novecentesco, esprimendosi
però in versi che avevano la delicatezza e direi
fragilità della poesia orientale (si innesta pure il mito
statunitense dell’origine e della frontiera, essendo
l’autore anche uno studioso di letteratura di viaggio),
Roberto Cogo nelle successive raccolte ha saputo meditare a fondo anche
altre tradizioni (soprattutto quella italiana). Ed ha saputo anche
adattare meglio la struttura dei propri testi utilizzando una dizione
più franta e una struttura reticolare.
Con In estremo stupore (Edizioni del Leone, Spinea
2002), forse aiutato dalla violenta quotidianità della
tematica di fondo (la morte), riesce a coniugare una certa
sperimentazione e una trama di richiami letterari selezionata ma forte
e radicata, e giunge sotto l’aspetto tematico ad elaborare
una semplice quanto fondante riflessione: se il morire porta con
sé uno stupore, esso è direttamente legato allo
stupore di vivere, e allo scoprire che le maglie della sofferenza che
sembrano imbrigliare l’esistenza non sono strette come
potrebbe sembrare. Si potrebbe obiettare che siamo sempre alla gioia e
al dolore fratelli siamesi di socratica memoria, certo: ma non
è forse, la poesia, elaborare uno stile mentre ci si occupa
di aggiornare le tematiche universali verificandone ad un tempo la
costante validità? Ecco una delle graffianti poesie (che
potremmo quasi chiamare, nel tono più che nella forma,
epigrafi) di Cogo: «l’idea stessa della cosa rimane
/ sospesa nella materia / del pensare/si pensa / e si soppesa quasi di
netto // (un destino incorniciato) // si ride per confondere / il
quotidiano, // per distinguere la lama / dal buio/il luccichio / che
disanima l’occhio».
Mi sembra centrale, per comprendere lo sperimentalismo tutto sommato
solo superficiale, grafico, della poesia di Cogo (e ciò sia
detto senza rimprovero!), una citazione da Pound che fa bella presenza
all’inizio di una sezione: «che i vostri versi
sperimentino le vostre intenzioni, e che la musica sia
conforme»; non è il contrario, ossia la sensazione
o la riflessione che deve sperimentare il verso e pervaderlo della
propria essenza, bensì la parola che deve cercare di
inseguire tale essenza ed essere, fatalmente, un poco cangiante,
capricciosa, portatrice di una consustanziale
contraddittorietà. Tutto è in movimento, insomma,
e ciò non può in linea di massima che essere un
bene; ecco, questo movimento informa ogni aspetto della poesia:
lessicale, retorico, musicale, tematico.
Abbiamo parlato all’inizio dell’assenza di
risposta, come un vano e vacuo ritornare senza significare.
C’è una poesia in In estremo stupore
che ottimamente rappresenta questo: «disimparando la polvere
/ agli occhi/la scala breve / e l’ascesa // rimane il refluo
di un’attesa / che arresta/ // […] in questa fetta
di mondo arroventato, / sottotetto di lamiera /
(apri-spalanca-posiziona / di sbacio) // la corrente che gira / e
rigira polvere inesauribile nulla». Nella successiva raccolta
di Cogo Nel movimento (Edizioni del Leone, Spinea
2004) tutto è permeato da questo silenzio, dalla solitudine,
dall’esigenza di un viaggio che sappia combattere con un
errare della mente cosciente e coscienziosa l’ormai
incontrollata proliferazione del caos e della metamorfosi
(«nella memoria delle particelle / il movimento // [...]
l’intrinseco movimento che sdoppia / la vita»). La
solitudine, che si fa vuoto pneumatico o atomizzazione, è
comunque straziante: «il raggio di sole rivela / una sua
indiretta indiscrezione / quando filtra e cade qui / quando rifrange la
sua assenza qui / nel peso del cranio / quando urla il suo fotone e lo
spinge / nella carne qui // s’imprime quel suo clamore di
vita». E si infrange anche l’organizzazione
poematica fino a qui molto significativa (nella sua seconda raccolta
Cogo sceglie una citazione di Blanchot: «il poema
è l’assenza di risposta», come se in
assenza di risposta la domanda dovesse farsi più incisiva,
ma anche articolata). Il libro è organizzato in dodici
sequenze che riassumono le sensazioni di viaggi come tentativi di
conquistare un mondo che va perdendosi. Tutto però tenta di
reagire, di riorganizzarsi, cerca di agglutinarsi tramite
allitterazioni, anafore, rime interne come una pulsione di ritorno
all’ordine; in Cogo è sempre presente una voglia
costruttiva di coltivare con passione e rigore sia la parola che
l’osservazione come conquista dell’universo, e
nuova presa di coscienza del proprio sentire.
Questa ultima e più matura raccolta Di acque / Di
terre approfondisce i nuclei primari e sviluppa alcuni
aspetti rimasti fino ad ora latenti. La maturità si esprime
fin dalle due epigrafi in cui si evidenziano la nozione di
“altrove”, da leggere non tanto come condanna
all’alterità ma soprattutto come esistenza di una
terrena terra promessa, e la convinzione della possibilità
di piantare radici in questa terra lontana, l’esigenza di
radicarsi mentre lo spirito non si dissocia dal corpo ma ugualmente non
rinuncia alla sua vocazione alata, creativa, errante.
Maturità che si conferma nella prima coraggiosa sezione del
libro, squaderna l’intimità più
profonda del poeta articolandosi in una sequenza di versi taglienti ed
essenziali e in brevi prose che nulla lasciano al mistero e
all’oscuro, prose chiare, programmatiche, a tratti impietose.
Siamo di fronte al poeta che fa i conti con la propria esigenza di
scrivere e che, siamo lieti di dirlo, trova in sé le
motivazioni per una poesia vera, necessaria, ancora una volta
umanissima. Sporgono allora concetti portanti come il
«momento» fuggevole e irripetibile come
«un battito di ciglia, uno sguardo», il
«sentimento dell’esistere» che riesce
ancora a saldare questi momenti in un’unica
identità, la memoria che «abbatte le
frontiere» e viene definita «atto
creativo», la finitezza del tutto («partecipi di un
unico momento, protratto ma non interminabile») e ancora una
volta la nozione mai abbastanza predicata della
“necessità” scevra da posticci
imperativi sociali o letterari, condizione che sola può
garantire l’avvento di una reale scrittura poetica
(«l’attenzione prevale sul dovere di capire.
perduto nell’andare ma senza frenesie»).
Così, «sospesa ogni impazienza», Cogo ha
ora raggiunto quella profondità autentica (ossia
assolutamente non atarassica, tesa allo sforzo anche se è
«inafferrabile» la «relazione col mondo /
che muta»), quella non passiva «eufonia con
l’esistente» («non mimesi ma
trasformazione») che gli permette di osservare come
«ricade una sostanza celeste / sulle penombre della
terra» mentre tutti i sensi sono attenti a cogliere come
«follie di scie e bolle rimandano / al movimento / a un
fragile esistente», quel movimento che non a caso
già dava il titolo a un precedente libro.
Non per ricorrere a fruste e facili immagini, ma davvero la poesia di
Cogo ha sempre avuto l’aspetto di una serie di gocce che
vanno lentamente a formare un fiume in costante crescita di portata e
velocità, un fiume trascinante come solo la pazienza sa
essere. La serie di immagini ed espressioni che il poeta usa da sempre
è costruita con arte, sistematica, agisce per incessante
sinergia più che per semplice accumulo. Tecnico attento,
allora, affila le armi che ha già saggiato in precedenti
libri e sa richiamare l’attenzione sui fenomeni che ci
circondano con un’attenzione umanissima, e non con un sorriso
stuporoso e vacuo. Mai prima d’ora la poesia di Cogo aveva
messo così al centro i fenomeni naturali, da una parte
richiamando la poesia anglofila di Camillo Pennati nel suo movimento
incessante e quasi cannibale («il vento indugia e ingurgita
l’aria»), dall’altra certe pulsioni
geometrico-naturali («dare un senso alla descrizione? puro
gusto di annotare e fissare fuggevoli impressioni?») e
interpretazioni della natura come cosmo di alcuni poeti lombardi e
svizzeri. Fanno da necessario controcanto le indignazioni, verso ad
esempio due modi, naturale e innaturale, di scorrere della fiumana:
«il tempo del torrente che parla / del traffico incurante
mentre graffia / la sua scorza / […] così in
coscienza sprovvisto di tutto / con un senso naturale tutto / da
riconquistare». Ne parla l’ultima personalissima
sezione, dedicata alla wilderness impersonificata
da «monumenti naturali | testimoni / sospesi / tra empatia e
distacco».
D’altra parte, se «la forma è
un’estensione del contenuto» e «il
contenuto è vita, nient’altro», si
può leggere una sorta di vitalismo nell’impronta
teorica dell’autore, forse qua e là disperata
nella constatazione di come i sensi siano fallibili e limitati; basti
questo implicito peggioramento della percezione: «un pesce
una sagoma solo un’ombra / sfreccia sfugge la presenza //
invisibili usignoli». Il tutto senza dimenticare
l’epifania, la possibilità di un
«dialogo inatteso con l’amorfo», fatta
salva l’«intima unione con la terra sotto i
piedi».
Ecco allora che, anche se siamo tutti «rinchiusi
asetticamente pressurizzati» e forzati «contra
naturam» a meccaniche precipitazioni, come era scritto in una
precedente raccolta, il poeta dimostra di rientrare nel novero di
coloro per i quali la poesia è ancora fedele
rappresentazione dell’umano, di un vivere che non teme le
gioie e i dolori, e soprattutto accoglie la molteplicità
come dato non aprioristicamente positivo ma che sarebbe dannoso
rimuovere. La poesia, sembra dirci Cogo, nonostante il mondo in cui
prende vita, non può mai essere impersonale.
Sandro Montalto
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* * *
la scrittura ostinata prevale alle
intenzioni
riappaiono volti e gesti
trovano spazio segni
chi governa il flutto ultimo di un tuffo
il suono dell’acqua quando
d’incanto si straccia
chi governa questo moto prevalente
questo battito delle onde
sulla sponda
* * *
qui ogni riposo si fa acqua e
roccia
certo avanzare nel crescere
della pianta / una tonda morbidezza
malattia che pende dall’alto del ponte
sono rare interferenze nel silenzio
di un tronco marcescente
sono attese d’acqua marrone
un guizzo che preda l’insetto
il ribollire allegro dei pattinatori
qui solo insetti di superficie
* * *
la natura scostante del pericolo
qui
nella valletta
una poiana — diverse farfalle
e vento tra foglie e fronde in alto
quando l’uomo compare scende
il silenzio — il resto svanisce
si dilegua effondendo
la propria presenza
nel movimento
naturale
qui
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