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Simone
Pansolin nasce a Genova nel 1983.
Si avvia giovanissimo agli studi musicali, interessandosi in
modo particolare agli strumenti barocchi della famiglia dei
liuti. Concertista di musica classica, si volge poi al mondo
della letteratura, con specifico riferimento alla poesia.
Nel 2009 pubblica la raccolta di poesie Miniature (Sciascia
Editore, con un Saggio di F. Russo), caratterizzata da uno
stile in apparenza prosastico ma di forte concisione
poetica. La ricerca di un esito intenso, vicino al
cosiddetto “poème en prose”, diverrà la sua cifra espressiva
e di stile.
Insegna attualmente presso le Scuole Statali a indirizzo
musicale nella provincia di Genova.
www.simonepansolin.com
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Essere
pioggia, notte, vento, sentire le cose o le situazioni
intorno, questa la singolare esperienza di un giovane
compositore teso a immedesimarsi in una natura filtrata dal
pensiero. […] Qui Simone Pansolin in una orditura limpida e
suasiva riesce a ricavare effetti di un sottile
intellettualismo, che mette alla prova il lettore, lo
pungola, lo avvince con la sua segreta filosofia della vita.
[…] Un’officina della mente pronta a dare voce a quello
sfaldarsi e vanificarsi delle cose, che egli riprende dal
suo Qohelet, secondo un intendimento di riduzione al
poco, al vano. (um Nichts, direbbe Rilke), perché
tutto cambia, si trasforma, si ripete entro un ordine
cosmologico, e il mondo rimane per lui come era prima, «non
resta che / il mondo», al di là di tanto operare.
(dalla Prefazione di Fabio Russo)
* * *
La luce dei lampioni è una limpida arsura: nel seccóre
freddo della tramontana il cielo – di calcarea dolcezza –
pare una piastra d’acciaio blu.
Qui le muse si sono svestite dei loro silenzi, posso quasi
sentirne i segreti antichi, più vecchi del tempo, e di Dio.
E pressoché senza dolo, innocciolarne il senso..
* * *
Un freddo mosaico di grandine si plasma nel vento, che sgomita sul costolato.
Nel nuvolìo degli sguardi, fra i gesti ossuti, si svela per un istante un
barlume nuovo: una forma: un’idea. Scende così la furia del senno, indomita,
forte. Cade perpetua sulla cristalleria della mente.
Ma perché vendicarsi?
La morte è assassina
innocente.
* * *
Le fauci
d’avorio del mare
i rastrelli del vento, i semi
persuasi dal sole a svernare
come i poeti…
Chi ha inflitto il colore alle cose?, chi questo senno
apparente? Del rotolare di mille e più stelle non vedo che
immobilità, non gioia nel sole, non buio lungo la notte. Il
vivere nostro rigorga come un fiume impetuoso.
E quando il ricordo s’inferna
nel tempo, non resta che
il mondo..
* * *
Deflagra nel cielo un’aurora di ghiaccio (un sole pluviale si
versa sul mondo). Le mura tutte, inchiostrate da flessuose
ombre d’albero, paiono sfiorate dai gesti della brezza,
fatti di nulla, ma così suadenti… Appena più in basso, il
bosco ricama sul suolo pizzetti di luce, ove friniscono a
tratti le spighe del grano. E sento il silenzio anelare, e
il giorno incipiente sbocciare dal suolo. Mi è così
inevitabile esistere!
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