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Graziella Isgrò

Appunti dai tropici

2004

ISBN 88-7536-019-7

pp. 88

cm 12x21

€ 11,50

 

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Graziella Isgrò, nata nel 1956, è prematuramente scomparsa nel marzo 2006. Ha pubblicato le raccolte di versi Il Chiodo (Sciascia 1984), L’Anidride Mentale (Forum-quinta generazione 1987), Psicomelodia (Ed. del Leone 2001), Fono-drammi Inversi (Ed. del Leone 2002). È presente in varie riviste e antologie. Ha collaborato alla traduzione di poesie di Kenneth Slessor e Les Murray.

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Prefazione

 

Una poetica dell’illuminazione e dell’abbaglio, un’attenzione alla luce e ai suoi riflessi, alle sue incidenze, che non si lascia sfuggire la percezione delle curvature, delle asperità, delle levigatezze; una poetica, quindi, anche della materia resa reale dalla luce che la illumina ed affascinante dalla complessità della sua struttura nonché dal suo essere universalmente rintracciabile come simbolo e base d’appoggio: «C’è una tensione intrinseca / che vibra in ogni cosa / come la fase iniziale / del male che ristagna fecondo».

È una poesia, questa di Graziella Isgrò, pregna di sviluppi possibili nel campo della meditazione sul sé, sulla prossimità alle luci e le ombre dell’esistente, al senso dell’inesausto interrogare e interrogarsi. Presentandosi in una forma non rigida ma composta ed affascinante ribolle all’interno di mille quesiti irrisolti senza tuttavia né macerarsi né compiacersi della lontananza delle risposte, una lontananza che si rivela ad esempio nell’identità sovente celata dei soggetti e dei complementi dei singoli testi (i quali vengono suggeriti quali tran-sitivi). Ecco allora che sono da leggere non in chiave di vezzosi impossibilia ma di segni di un divenire incessante alcuni corto-circuiti logici come quello fisico: «Ardono condensazioni / di ogni sorta» (che subito dopo trova una sua logica applicazione nel campo linguistico); oppure: «Diagonali si accentrano / per diradarsi» (dove l’ortodossìa geometrica è accostata alla salutare ed inquieta controtendenza - diciamo così - della polifonia); o ancora la «mappa in itinere». Al contrario, invece, diviene necessa-riamente quasi letterale l’interpretazione di altri passaggi come i «Parallelismi dialettici» destinati a non incontrarsi mai e a non interagire se si limitano al mondo della parola senza assorbire le fluttuazioni, percepire i chiaroscuri, ricostruire la continuità: «Vitrei segmenti si frappongono / alla realizzazione del sé» (si rischia dunque l’involuzione, il risucchio del buco nero allestito in piccolo qualche poesia più in là, all’altezza del ramo che «s’impiglia nella sua proiezione»).

Microscopico e macroscopico si incontrano, interagiscono, si toccano; ininterrotta suona la musica delle sfere celesti; ogni epigonismo della parola e soprattutto della sensazione, ogni meschinità della visione e superficialità del sentire sono aboliti in virtù di una visione assoluta e a sua volta irradiante. Un ascolto continuo, anche del sé come altro, del tutti come ognuno, della particella come universo (qui sta il rimedio tentato di fronte alla denunciata frammentarietà, assieme al rimedio linguistico di una serie di studiate assonanze). Particelle/versi che fluttuano nell’universo a bassissima gravità della pagina bianca rifiutando ogni stilizzazione letteraria.

È insomma l’avventura della luce che vaga, attraversa clorofille avventurose e cosmi gelidi ed immensi, plana sulle superfici più disuguali e le palpa con ardore conoscitivo, fino a trovarsi in prossimità di un sasso e saperne ancora avvertire «il biotico palpito», fino a saper osservare detriti e non dimenticare che essi una volta erano sassi, pareti, montagne, cocci tra i quali sempre potrebbe nascondersi l’io. L’essere poetico che Isgrò celebra vuole forzare i suoi confini non per fuggire ma per abitare al massimo, come un gas che si espande, l’universo che gli è toccato in sorte, l’anima «fuoriesce trafelata» ma subito si calma, si raffredda, ed inizia paziente a ricostruire la trama del suo esserci.

 

Sandro Montalto

 

* * *

 

 

C’è una tensione intrinseca

che vibra in ogni cosa

come la fase iniziale

del male che ristagna fecondo.

 

Se scavi a fondo

e maceri

il germe di ogni singola parola

forse riposi

nelle stratosfere dell’origine

ti definisci

nella risposta che non trovi

mentre intuisci

il risvolto dell’ombra adiacente.

 

 

* * *

 

Ardono condensazioni

di ogni sorta

nel contatto mancato

che ti ferisce come avverbio impronunciato

iato

di esistenze biunivoche

nell’equivoco che si propone.

 

La soluzione

forse

è nell’effetto a cui non hai pensato

nel volto che non torna dal passato

nell’esigenza che senti.

 

 

* * *

 

La verità nell’ansa acquosa

che ti sfugge di nuovo

nella visione itinerante

di un punto di vista precario

 

Ho provato a toccarlo

con le molecole incerte della mano

pressate dalla memoria.

 

 

* * *

 

E non ritrovi chi legge nelle schegge                            

di quello che si lascia trasparire

dietro l’involucro epidermico

che ne delimita la sete.

 

L’organico confrontarsi

con il dislivello che resta

fino a uno studio attento del visibile

fruire della tempesta

il senso che si arresta e si infrange

sulla costellazione delle vene.

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