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Prefazione
Una poetica dell’illuminazione e
dell’abbaglio, un’attenzione alla luce e ai suoi
riflessi, alle sue incidenze, che non si lascia sfuggire la percezione
delle curvature, delle asperità, delle levigatezze; una
poetica, quindi, anche della materia resa reale dalla luce che la
illumina ed affascinante dalla complessità della sua
struttura nonché dal suo essere universalmente
rintracciabile come simbolo e base d’appoggio:
«C’è una tensione intrinseca / che vibra
in ogni cosa / come la fase iniziale / del male che ristagna
fecondo».
È una poesia, questa di Graziella
Isgrò, pregna di sviluppi possibili nel campo della
meditazione sul sé, sulla prossimità alle luci e
le ombre dell’esistente, al senso dell’inesausto
interrogare e interrogarsi. Presentandosi in una forma non rigida ma
composta ed affascinante ribolle all’interno di mille quesiti
irrisolti senza tuttavia né macerarsi né
compiacersi della lontananza delle risposte, una lontananza che si
rivela ad esempio nell’identità sovente celata dei
soggetti e dei complementi dei singoli testi (i quali vengono suggeriti
quali tran-sitivi). Ecco allora che sono da leggere non in chiave di
vezzosi impossibilia ma di segni di un divenire
incessante alcuni corto-circuiti logici come quello fisico:
«Ardono condensazioni / di ogni sorta» (che subito
dopo trova una sua logica applicazione nel campo linguistico); oppure:
«Diagonali si accentrano / per diradarsi» (dove
l’ortodossìa geometrica è accostata
alla salutare ed inquieta controtendenza - diciamo così -
della polifonia); o ancora la «mappa in itinere».
Al contrario, invece, diviene necessa-riamente quasi letterale
l’interpretazione di altri passaggi come i
«Parallelismi dialettici» destinati a non
incontrarsi mai e a non interagire se si limitano al mondo della parola
senza assorbire le fluttuazioni, percepire i chiaroscuri, ricostruire
la continuità: «Vitrei segmenti si frappongono /
alla realizzazione del sé» (si rischia dunque
l’involuzione, il risucchio del buco nero allestito in
piccolo qualche poesia più in là,
all’altezza del ramo che «s’impiglia
nella sua proiezione»).
Microscopico e macroscopico si incontrano,
interagiscono, si toccano; ininterrotta suona la musica delle sfere
celesti; ogni epigonismo della parola e soprattutto della sensazione,
ogni meschinità della visione e superficialità
del sentire sono aboliti in virtù di una visione assoluta e
a sua volta irradiante. Un ascolto continuo, anche del sé
come altro, del tutti come ognuno, della particella come universo (qui
sta il rimedio tentato di fronte alla denunciata
frammentarietà, assieme al rimedio linguistico di una serie
di studiate assonanze). Particelle/versi che fluttuano
nell’universo a bassissima gravità della pagina
bianca rifiutando ogni stilizzazione letteraria.
È insomma l’avventura della
luce che vaga, attraversa clorofille avventurose e cosmi gelidi ed
immensi, plana sulle superfici più disuguali e le palpa con
ardore conoscitivo, fino a trovarsi in prossimità di un
sasso e saperne ancora avvertire «il biotico
palpito», fino a saper osservare detriti e non dimenticare
che essi una volta erano sassi, pareti, montagne, cocci tra i quali
sempre potrebbe nascondersi l’io. L’essere poetico
che Isgrò celebra vuole forzare i suoi confini non per
fuggire ma per abitare al massimo, come un gas che si espande,
l’universo che gli è toccato in sorte,
l’anima «fuoriesce trafelata» ma subito
si calma, si raffredda, ed inizia paziente a ricostruire la trama del
suo esserci.
Sandro Montalto
* * *
C’è una tensione intrinseca
che vibra in ogni cosa
come la fase iniziale
del male che ristagna fecondo.
Se scavi a fondo
e maceri
il germe di ogni singola parola
forse riposi
nelle stratosfere dell’origine
ti definisci
nella risposta che non trovi
mentre intuisci
il risvolto dell’ombra adiacente.
* * *
Ardono condensazioni
di ogni sorta
nel contatto mancato
che ti ferisce come avverbio impronunciato
iato
di esistenze biunivoche
nell’equivoco che si propone.
La soluzione
forse
è nell’effetto a cui non hai
pensato
nel volto che non torna dal passato
nell’esigenza che senti.
* * *
La verità nell’ansa acquosa
che ti sfugge di nuovo
nella visione itinerante
di un punto di vista precario
Ho provato a toccarlo
con le molecole incerte della mano
pressate dalla memoria.
* * *
E non
ritrovi chi legge nelle
schegge
di quello che si lascia trasparire
dietro l’involucro epidermico
che ne delimita la sete.
L’organico confrontarsi
con il dislivello che resta
fino a uno studio attento del visibile
fruire della tempesta
il senso che si arresta e si infrange
sulla costellazione delle vene.
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