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Prefazione
Una poesia che richiama continuamente moduli del vivere aggrappato alla
realtà, mai abbandonando la musicalità del verso
che ritma un lungo e vasto processo di ricerca di sé
attraverso l’agitarsi di una morale urtata dalla
volgarità quotidiana. Così è
definibile, in sinergica e condensata immagine, la poesia di Banchini.
L’autore non si stacca mai dalla realtà, non
costruisce né sogna, anche se certo la sua spinta etica
trova quale inesauribile propulsore la sensazione e sete di divino,
ancora più accentuata «nel solco della
notte» in cui la mente sprofonda, lo stesso solco in cui
l’uomo, costretto nell’angusto buio, si trova
faccia a faccia con sé e si scontra con uno dei risvolti
della propria ricerca: «Nel solco della notte / libera me da
me»1. Ma sono le sfaccettature della
«vita molteplice e unica», come è
scritto in nota alla raccolta Convergenze (i
«mobili contorni della vita, / il suo alternare fra la terra
e il cielo, / fra due spinte contrarie laceranti» in questo Approdi).
«Esule fra la gente» l’autore fugge le
brutture e lo squallore, cerca una onnipresente luce, ed esorta:
«Non desistere, vita, trafiggi buio / e silenzio»2.
È centrale questa luce, bagliore divino e splendore
naturale, trampolino per l’«incorrotta
chiarità infinita», che un testo suggerisce, con
il suo a-capo, quale equivalente della speranza: «Arpa di
luce trepida sui vetri. / Speranza arcano seme intatto grido»3.
Non a caso la «parola» in Convergenze
è parola inquieta che crea se stessa e crea il mondo
intelligibile rabbrividendo al passaggio della sua stessa
impurità (allo stesso modo in La parola è
l’atto la parola «agisce», e il salto
alla maiuscola si fa «Presenza viva»4).
L’idea di letteratura che Banchini coltiva sembra essere
assimilabile a quella esplicitata da Romano Bilenchi in un suo vecchio
scritto: «non vogliamo astrarci dal concreto lavoro degli
uomini, rifiutare ogni responsabilità, perché in
tal modo finiremmo per perdere la nostra libertà
[…] un lavoro concreto e, insieme, serio e
onesto»; un «esame coraggioso e sincero della vita
contemporanea» è un obbligo morale per un artista5.
Insomma il combattimento interno all’autore è
quello fra un’anima sinceramente innamorata del reale,
specchio e immagine del divino, e l’orrore del reale stesso,
simultaneamente specchio di un annichilimento che pare ineluttabile,
quel «fango molle» così dantesco e ancor
più leopardiano6.
Banchini ama rappresentare, esporre allo scopo di testare;
già in Convergenze l’autore
massicciamente espone, descrive, enuncia, rappresenta, con ampi
panneggi definitorii in versi franti e sofferti. In quel libro come nel
presente Approdi, se possibile ancora
più combattuto, sono presenti significative prose che
accompagnano i versi in un cammino di rappresentazione; nel volume che
presentiamo l’unica prosa si presenta come una curiosa
scalata, sia dantesca che petrarchesca per il suo cozzare di religioso
e profano, nonché per la presenza in filigrana di vari
Belacqua della mente, lanciata verso il divino ma umanissima (come
dice, specularmente, la prima poesia: «Ho risalito
l’ardua realtà»; e umanissime sono le
oscillazioni dell’autore stesso, come in Effimeri).
E anche la Bellezza, infine, «casta sovrana del
mondo» da possedere a tutti i costi, non è che la
divinità, equivalenza smascherata ancora una volta nella
speculare identità della prima poesia e della prosa finale;
e com’è eloquente dunque un termine ruvido quale
«squallidi» che torna, in questo libro, dopo la
sferzata della già citata Fango (da Convergenze).
Si infittiscono le equivalenze implicite che vedono come termine
basilare la luce: «ancora vita, ancora luce»,
«Tutto è luce stamani. Tutto è
gioia»; la vita «s’irradia»
come un potente getto di luce divina. Quasi manzoniano vaso di coccio
fra vasi di ferro («oscillare e dibattermi / entro ferrei
confini invalicabili»), geloso della residua innocenza del
proprio gozzaniano-pascoliano «cuore eterno
fanciullo», l’autore non rinuncia però
al suo vacillare perché si priverebbe della sua
umanità.
«Non c’è solitudine quando
c’è comunicazione, l’assidua vicenda del
dare e del ricevere» è scritto, ma la solitudine
non è fugata dal suono o dalle parole transi-torie della
voce, bensì dalla comunicazione di due memorie, il
«dono di frasi, versi che sempre mi cantano dentro»7.
Ebbene due cose fugano la soltudine: la comprensione
dell’altro e la sua sublima-zione, ossia la preghiera (che
talvolta assume quasi i toni della lauda francescana) nella quale
Banchini non spera di trovare la sconfitta del male, né
forse la sua ragione, ma piuttosto la forza di capire, quale unica via
di salvezza, la sofferenza propria e altrui, non tralasciando (e
sottolineando così l’impeto che muove tutti i
versi) di ricordare a Dio quanto ha sofferto nel momento in cui si
è fatto uomo8! La comunicazione
è tutto: «Nodo di relazioni: non altro
è l’uomo» secondo
Saint-Exupéry, e Banchini aderisce incondiziona-tamente.
Un muoversi colossale di violente e basilari contrapposizioni, questo
è, nella sua ingannevole e raccolta magrezza, la presente
raccolta di Banchini: la notte è «greve sudario, /
enfiata crosta» da contrapporre alla luce, sincera promessa
di felicità se si è in grado di respingere le
«ombre d’inganno».
Sandro Montalto
Note
1 Ferdinando Banchini, Undici poesie,
Miano, Milano 1998, p. 10
2 Ferdinando Banchini, Undici poesie, cit., pp. 24,
30
3 Ferdinando Banchini, Acontecimiento, Save As,
Barcellona 2003, pp. 12, 22
4 Ferdinando Banchini, Convergenze, Luigi
Pellegrini, Cosenza 2000, p. 14
5 Ferdinando Banchini, Bilenchi, Laboratorio delle
Arti, Milano 1999 (nuova edizione riveduta e ampliata), pp. 57, 185
6 Ferdinando Banchini, Undici poesie, cit., p. 16
7 Ferdinando Banchini, Convergenze, cit., pp. 15-16
8 Ferdinando Banchini, Convergenze, cit., p. 49
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* * *
Poetica
Ho cercato, indagato, perseguito
sotto il saldo visibile il rischioso
irrisolto invisibile, ma vero;
e i mobili contorni della vita,
il suo alternare fra la terra e il cielo,
fra due spinte contrarie laceranti:
incoerenza di voler blandire
il mio male che, incauto, irrito e scavo.
Ho risalito l’ardua realtà
per trovare nell’unico il molteplice,
l’universo nel limite del singolo,
nel più intimo io quello di tutti.
E sentito vicine anime vaste
protese alla conquista dell’Immenso.
Racchiuso il tutto in un ritmo di sillabe
leggere, armonïoso:
oh possederti alfine,
Bellezza, casta sovrana del mondo.
* * *
Effimeri
Sulla terra e sul mare,
torbida immensa
con tutto il suo peso di tenebre
grava la notte senza volto.
Lentamente una grande nave passa
lontano,
muta trascinando sull’acqua
i suoi fuochi tristi.
Qui l’onda si gonfia e ricade
sulle rocce,
infaticabile si gonfia e ricade
con la sua roca voce d’abisso.
Come il profondo cupo abisso
è la morte.
Mai più, mai più
sorgerà il canto di luce.
Anche i continenti sono effimeri.
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