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Ferdinando Banchini

Approdi

2003

pp. 80

cm 12x21

€ 10,00

 

L'autore

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L'autore

Ferdinando Banchini è nato a Roma nel 1932. Opere pubblicate: (saggistica) Le Théâtre de Monherlant, 1971; Lettura di Saint-Exupéry, 1986; Dizionarietto saint-exupériano, 1988; Romano Bilenchi. Analisi e cronistoria, 1992; nuova edizione interamente rifatta, 1999; (poesia) Oscillazioni, 1989: riunisce tutte le poesie sin qui pubblicate; Attese, 1995; Undici poesie, con traduzione in francese di Jean-Marie Le Ray, 1998; Convergenze, 2000; Acontecimiento, con traduzione in spagnolo di Carlos Vitale, 2003.

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I testi

 

Prefazione

Una poesia che richiama continuamente moduli del vivere aggrappato alla realtà, mai abbandonando la musicalità del verso che ritma un lungo e vasto processo di ricerca di sé attraverso l’agitarsi di una morale urtata dalla volgarità quotidiana. Così è definibile, in sinergica e condensata immagine, la poesia di Banchini. L’autore non si stacca mai dalla realtà, non costruisce né sogna, anche se certo la sua spinta etica trova quale inesauribile propulsore la sensazione e sete di divino, ancora più accentuata «nel solco della notte» in cui la mente sprofonda, lo stesso solco in cui l’uomo, costretto nell’angusto buio, si trova faccia a faccia con sé e si scontra con uno dei risvolti della propria ricerca: «Nel solco della notte / libera me da me»1. Ma sono le sfaccettature della «vita molteplice e unica», come è scritto in nota alla raccolta Convergenze (i «mobili contorni della vita, / il suo alternare fra la terra e il cielo, / fra due spinte contrarie laceranti» in questo Approdi). «Esule fra la gente» l’autore fugge le brutture e lo squallore, cerca una onnipresente luce, ed esorta: «Non desistere, vita, trafiggi buio / e silenzio»2. È centrale questa luce, bagliore divino e splendore naturale, trampolino per l’«incorrotta chiarità infinita», che un testo suggerisce, con il suo a-capo, quale equivalente della speranza: «Arpa di luce trepida sui vetri. / Speranza arcano seme intatto grido»3. Non a caso la «parola» in Convergenze è parola inquieta che crea se stessa e crea il mondo intelligibile rabbrividendo al passaggio della sua stessa impurità (allo stesso modo in La parola è l’atto la parola «agisce», e il salto alla maiuscola si fa «Presenza viva»4).
L’idea di letteratura che Banchini coltiva sembra essere assimilabile a quella esplicitata da Romano Bilenchi in un suo vecchio scritto: «non vogliamo astrarci dal concreto lavoro degli uomini, rifiutare ogni responsabilità, perché in tal modo finiremmo per perdere la nostra libertà […] un lavoro concreto e, insieme, serio e onesto»; un «esame coraggioso e sincero della vita contemporanea» è un obbligo morale per un artista5. Insomma il combattimento interno all’autore è quello fra un’anima sinceramente innamorata del reale, specchio e immagine del divino, e l’orrore del reale stesso, simultaneamente specchio di un annichilimento che pare ineluttabile, quel «fango molle» così dantesco e ancor più leopardiano6.
Banchini ama rappresentare, esporre allo scopo di testare; già in Convergenze l’autore massicciamente espone, descrive, enuncia, rappresenta, con ampi panneggi definitorii in versi franti e sofferti. In quel libro come nel presente Approdi, se possibile ancora più combattuto, sono presenti significative prose che accompagnano i versi in un cammino di rappresentazione; nel volume che presentiamo l’unica prosa si presenta come una curiosa scalata, sia dantesca che petrarchesca per il suo cozzare di religioso e profano, nonché per la presenza in filigrana di vari Belacqua della mente, lanciata verso il divino ma umanissima (come dice, specularmente, la prima poesia: «Ho risalito l’ardua realtà»; e umanissime sono le oscillazioni dell’autore stesso, come in Effimeri). E anche la Bellezza, infine, «casta sovrana del mondo» da possedere a tutti i costi, non è che la divinità, equivalenza smascherata ancora una volta nella speculare identità della prima poesia e della prosa finale; e com’è eloquente dunque un termine ruvido quale «squallidi» che torna, in questo libro, dopo la sferzata della già citata Fango (da Convergenze).
Si infittiscono le equivalenze implicite che vedono come termine basilare la luce: «ancora vita, ancora luce», «Tutto è luce stamani. Tutto è gioia»; la vita «s’irradia» come un potente getto di luce divina. Quasi manzoniano vaso di coccio fra vasi di ferro («oscillare e dibattermi / entro ferrei confini invalicabili»), geloso della residua innocenza del proprio gozzaniano-pascoliano «cuore eterno fanciullo», l’autore non rinuncia però al suo vacillare perché si priverebbe della sua umanità.
«Non c’è solitudine quando c’è comunicazione, l’assidua vicenda del dare e del ricevere» è scritto, ma la solitudine non è fugata dal suono o dalle parole transi-torie della voce, bensì dalla comunicazione di due memorie, il «dono di frasi, versi che sempre mi cantano dentro»7. Ebbene due cose fugano la soltudine: la comprensione dell’altro e la sua sublima-zione, ossia la preghiera (che talvolta assume quasi i toni della lauda francescana) nella quale Banchini non spera di trovare la sconfitta del male, né forse la sua ragione, ma piuttosto la forza di capire, quale unica via di salvezza, la sofferenza propria e altrui, non tralasciando (e sottolineando così l’impeto che muove tutti i versi) di ricordare a Dio quanto ha sofferto nel momento in cui si è fatto uomo8! La comunicazione è tutto: «Nodo di relazioni: non altro è l’uomo» secondo Saint-Exupéry, e Banchini aderisce incondiziona-tamente.
Un muoversi colossale di violente e basilari contrapposizioni, questo è, nella sua ingannevole e raccolta magrezza, la presente raccolta di Banchini: la notte è «greve sudario, / enfiata crosta» da contrapporre alla luce, sincera promessa di felicità se si è in grado di respingere le «ombre d’inganno».

 

 

Sandro Montalto

 

 

Note

 

1 Ferdinando Banchini, Undici poesie, Miano, Milano 1998, p. 10
2 Ferdinando Banchini, Undici poesie, cit., pp. 24, 30
3 Ferdinando Banchini, Acontecimiento, Save As, Barcellona 2003, pp. 12, 22
4 Ferdinando Banchini, Convergenze, Luigi Pellegrini, Cosenza 2000, p. 14
5 Ferdinando Banchini, Bilenchi, Laboratorio delle Arti, Milano 1999 (nuova edizione riveduta e ampliata), pp. 57, 185
6 Ferdinando Banchini, Undici poesie, cit., p. 16
7 Ferdinando Banchini, Convergenze, cit., pp. 15-16
8 Ferdinando Banchini, Convergenze, cit., p. 49

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Poetica


Ho cercato, indagato, perseguito
sotto il saldo visibile il rischioso
irrisolto invisibile, ma vero;
e i mobili contorni della vita,
il suo alternare fra la terra e il cielo,
fra due spinte contrarie laceranti:
incoerenza di voler blandire
il mio male che, incauto, irrito e scavo.
Ho risalito l’ardua realtà
per trovare nell’unico il molteplice,
l’universo nel limite del singolo,
nel più intimo io quello di tutti.
E sentito vicine anime vaste
protese alla conquista dell’Immenso.

Racchiuso il tutto in un ritmo di sillabe
leggere, armonïoso:
oh possederti alfine,
Bellezza, casta sovrana del mondo.

 

* * *

 

Effimeri


Sulla terra e sul mare,
torbida immensa
con tutto il suo peso di tenebre
grava la notte senza volto.

Lentamente una grande nave passa
lontano,
muta trascinando sull’acqua
i suoi fuochi tristi.

Qui l’onda si gonfia e ricade
sulle rocce,
infaticabile si gonfia e ricade
con la sua roca voce d’abisso.

Come il profondo cupo abisso
è la morte.
Mai più, mai più
sorgerà il canto di luce.

Anche i continenti sono effimeri.

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