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Analysis
Quell’anno vivevo d’angoscia ed ero fuori di me. Ed
oltre il pensiero. Il motivo non lo dirò, che conta per
pochi. Basta il dolore, la rapida scissione liquida, la dispersione
vorticosa del sé. In un tutto silenzio fitto, attraverso
rallentato tempo di attimi dilatati.
Non saprei spiegare come v’entrai. Non
all’improvviso, certo, e senza volerlo. Impercettibilmente,
subdolamente, vi scivolai. E divenni ciò in cui precipitavo
e chi ero stata molto prima di rovinarvi: afasica amarezza, assenza e
reticenza, menzogna, perché a nessuno svelavo ed invano
cercavo d’avvolgermi d’inesausta
quotidianità.
Rimanevo affamata d’abbracci, che m’impedivo di
ricevere, covando ansia sorda di distruzione, nevrotico annichilimento
dilavante in disgregazione caotica, vuoto in vorace espansione. Ove,
troppo recente per non ferire, troppo aguzzo per non farlo ogni volta
mortalmente, incessante tornava il passato, sfida sleale alla
guarigione di parole infine pronunciate, ricordi aperti ad ignota
essenza, ascolto, mentre inesplorati abissi di una tenebra, che ancora
attossica, irridevano calmi lo sforzo ed il coraggio, l’aspra
metamorfosi avvilente nel suo paziente plasmare. In preda a furia
immobile, serena insania e tinta. Atra.
Dunque, da mesi soffrivo il tormento ed ero lontana, al di
là della mente e della ragione taciuta con ostinazione, che
non vale per tanti. Ombra lacerata, larva pallida in divorante fluire,
frustrazione, ricerca di senso. Così che ero io e non lo ero
più e chi fui addietro. Delirio di luna, draghi, serpi e
fantasmi, persone che dovevo lasciare.
Timida e spavalda fissavo baratri cupi, curiosa di leggervi notturni,
oscuri riflessi, un domani in presagio. Qualcosa di mio: potenza ed
atto...
12 settembre 2003
* * *
È capacità
camaleontica
questo viola pulsare al colore, che
lento stinge affanno in disfacimento.
Nel fragore di un’insania tranquilla,
se improvvisa e rapida squarcio e disfo
è per vibrata, assurda antinomia
dell’io sommerso, che vive se stesso
ed il demoniaco che lo nega.
1 aprile 2003
* * *
Lame aguzze e coltelli: io ti
pugnalo,
perso amore, sul fruscio del ricordo
incessante che mi stupra le vene.
Voglio vedere il sangue scuro che il mio
ha violato, il dolore che ottenebra e
rallenta, e quello sguardo che t’ha amato
nel tuo.
26 maggio 2003
* * *
D’evanescenza ambigua
s’imbevono
sentimenti molli, che, come l’ombra,
crepuscolari scivolano in ridde
cangianti.
16 dicembre 2003
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