i libri

Giovanni Bollini

 

Amor panico

 

con una nota introduttiva

di Giorgio Celli

2009

ISBN-13: 978-88-7536-233-1

pp. 134

cm 12x21

€ 14,00

 

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L'autore

Giovanni Bollini è nato a Bologna nel 1969. Si è laureato in Lingue e Letterature Straniere con una tesi sulla fantascienza di Philip K. Dick, ed insegna inglese a Sabbioneta, nella provincia di Mantova. Nel 1993 è stato tra i vincitori del Premio “Versodove-Petra”, cui è seguita la pubblicazione di una silloge nell’antologia Rzzzzz!, per Transeuropa.
Nel 1997 è uscita la raccolta poetica Ritornàti al magma (Book Editore), Premio “Dialogo” 1998. Nel 2003 è uscito Diversi tempi (Tracce), Premio Speciale della Giuria “Histonium” nel 2004. Il suo primo testo teatrale, Apotropaica (edito da I Quaderni del Battello Ebbro) ha vinto nel 2004 il Premio di drammaturgia “Gherardo Gherardi”; è stato messo in scena a Bologna nel 2003 e nel 2006, con la regia dell’autore.

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I testi

 

Vorrei cominciare questa piccola meditazione sulla poesia di Giovanni Bollini, con alcune dichiarazioni di principio, forse di poetica, ma non so bene se il termine sia appropriato, dicendo che la poesia persegue sempre un difficile equilibrio tra elementi cognitivi ed elementi emotivi, in altri termini, tra la ragione e la passione, tra quello che si ha l’urgenza di
dire e quello che si riesce a dire. In un certo senso, la poesia è una maniera per parlare d’altro: ogni affermazione perentoria è come se deragliasse dal contesto poetico, perché quel dérèglement de tous les sens, di cui parla Arthur Rimbaud, equivale a millantare una libertà che si conferma attraverso il limite. Il limite, difatti, in poesia, è l’arte del non dire quello che si direbbe se lo scopo fosse semplicemente quello di comunicare. In realtà, la poesia comunica, per dir così, alla seconda potenza, recuperando quel pathos che è stato rimosso per consentire un impiego spregiudicato, cinico, del materiale linguistico. Scrivere poesie, in un certo senso, è un mestiere da samurai.
Significa sempre raccontare di un viaggio, come diceva Garcia Lorca, dopo che si è tornati, e non nel mentre lo si fa. L’ispirazione, se esiste, è nell’ebbrezza di quella intuizione originaria che prelude il verso e che si emancipa nella sua scrittura. Insomma, il corto circuito della poesia è come l’uroboros alchemico: va dall’emozione all’emozione dopo aver attraversato la cognizione.
Giovanni Bollini conferisce ai suoi versi un ampio spazio alla cognizione, offrendoci, tuttavia, una versificazione accidentata, fatta di analogie e di metafore precarie, pescate spesso nel lessico della vita quotidiana, e poste, come dinamitate, in congiunture spesso improbabili, e a più sensi di lettura. Si direbbe che la pulsione a dire la verità, o se si vuole la sua verità, sia l’ossigeno nascente del suo scrivere. Per cui, una forte valenza autobiografica, una tensione morale, da confessione generale dei peccati suoi e dell’umanità, circola in questi versi che fanno di lui un poeta insieme intimista e civile, disinteressato all’aspetto musicale del verso, in parole povere all’imperativo di Verlaine, che invoca de la musique, e non sembra neppure che abbia tenuto conto di alcun suggerimento della stagione ermetica della poesia italiana. La sua operazione consiste nell’elaborare un collage intenzionale, in una certa misura stocastico, quindi non del tutto promosso dal caso, di congetturare un’ars combinatoria controllata, che potrebbe risultare una sorta di sublime parodia della scrittura automatica dei surrealisti.
Un riferimento, tuttavia, assolutamente remoto, perché nell’incongruità frequente delle locuzioni, in Bollini emerge sempre, fantasma cognitivo, l’ombra di un significato possibile. Forse, la poesia in cui Bollini rende più trasparente l’intenzionalità del suo versificare, è quella su Auschwitz, costruita con una sapiente alternanza tra la memoria del genocidio, e la frivolezza dei turisti che, non percependo la sacralità del luogo, scattano impudicamente delle foto ricordo, da esibire ai propri amici al ritorno, come se si trattasse di un bel paesaggio o di un reperto archeologico.
Per Bollini, invece, quel luogo dovrebbe essere considerato la cattedrale diruta in cui celebrare una messa da requiem, un confessionale dell’umanità dove nessuno potrà mai essere assolto del tutto.
Questo libro delinea un percorso durato molti anni, e si sarebbe tentati di cercarvi il segno di un cambiamento, o per meglio dire di un’evoluzione.
Forse, se questa evoluzione c’è, non è davvero macroscopica, e consiste, se mai, in un piccolo spostamento da una poesia che amava l’incongruenza, a un’altra che, invece, coltiva maggiormente una sua tensione logica, un dettato poetico a presa diretta con gli eventi e con le cose. Dicevo dell’incongruenza, che Bollini pratica spesso, soprattutto nelle sue prime poesie, a livello sintattico. Si legga, per esempio: «gli stati di disagio sono noi seduti sul granito». Oppure: «già siamo forse tramonto o vespro soltanto». E ancora: «troppa città nella notte violata».
Spesso il collage si complica, e sembra che i versi si avvolgano su loro stessi: «svolge e si svolge, neppure / fosse strano, neppure / sgomento, raggiungere il bordo / non verosimile della gioia e della / Perdita a gara insieme». Succede anche che Bollini si smarrisca in una sorta di elegia amorosa, ma sempre more geometrico: «… e il respiro di te / che dormivi, angeletta; tu immagina / che modo immenso di averti è scrivere».
Mi sembra che Bollini sveli qui la sua più segreta poetica. Per lui scrivere significa ritrovare con le parole le cose. Oppure fare delle cose delle parole, conferire al verso la concretezza di un corpo o di un oggetto. In un certo senso, per passare dalla poesia alla pittura, Bollini rende giustizia a Paul Klee quando affermava di non creare, ma di rendere visibile. A sua volta lui si adopera di dare visibilità alla parola, scoprendo in ogni immagine un significato come in ogni parola un’immagine, e mettendo in equilibrio tutte queste polarità. Non amo impiegare il concetto di postmoderno, perché significa tracciare un confine tra il Novecento e il secolo che è appena incominciato, che del Novecento è in grande misura tributario. È anche vero, però, che nei versi di Bollini circola come una secchezza, una asperità nuova, che potrebbe ricordare, e non so se lo gradirà, un’operazione informatica, ottenuta per mezzo del computer, come aveva fatto negli anni Sessanta del secolo appena passato Nanni Balestrini. È come se l’inconscio posto da Freud nelle profondità della nostra mente si fosse rovesciato, secondo Sullivan, nel sociale divenuto un labirinto incomprensibile, quell’incubo da cui Joyce avrebbe voluto svegliarsi. Forse la poesia postmoderna, se non resterà solo una congettura, sarà un modo per farci, attraverso il linguaggio di nuovo purificato della tribù, uscire dal labirinto, magari con l’ausilio del filo d’Arianna dei mostri elettronici che metteremo al nostro servizio. Creare è sempre una operazione da bricoleur, che combina e ricombina, e Bollini sembra averlo capito benissimo.

 

                                                                                                   Giorgio Celli
 

 

* * *


 

smarrisco appena
le sue mani
involontariamente
attorno
cessa la luce il danno la sorte
cessa la furia cessa lo schianto
e l’agonia
intrappolato
tra la colpa e l’urlo
tra l’incubo e il fiuto
tutto il corpo insano
trascende
l’idea
di lei

 

 

* * *

 

Stimmung

 

ho sempre conosciuto
l’infinitudine del vento
vivrò dietro lo schermo
della speranza
vivremo tra lenzuola
a vicenda
sommessamente ridendo
a turno, non nascondendo
le cadute. – l’indifferenza
dell’abbandono. ho imparato.
commisuro all’amore
tutta la vaghezza
da chi ama. a chi è riamato.
commisuro all’indifferenza
la clemenza per ogni smarrimento
la condiscendenza dell’errore
dovremo condiscendere
all’attesa, e alla lotta
dovremo saper rimanere
credo in un solo destino, creatore
di tutte le cose visibili e invisibili
credo che sarà forse tempo
ancora

 

 

* * *

 

 

ritorno a casa. nel volgere del mese d’autunno,
in tramonto, per queste conche tempestate,
tra il bruciore della foglia e la corsa
diritta nuda dei rami puntati sul mare della luna, ti spero
in amore, terra, ovunque. ma non io soltanto sulla tua schiena,
perché possiamo destarci, e farci straboccare
d’essere in carne in parola in respiro, in cielo di lingue
di nuvola stese ad occidente. come a dicembre ricevimi
ora, gelo grande vuoto che riempio, spazio
che mai ho lasciato, sera che attende la cura, come
di te ho cura adesso, m’ingombro di te;
tu dammi la tua fede scellerata.

 

* * *

 


ma non c’era
questa fine anche del dolore, cominciata
un pomeriggio senza udire, come
senti da sott’acqua
mentre guardi undici sagome
sprofonde
che scendono a capofitto
dall’america.


                      
scritta il giorno del dopo e del prima

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