|
Vorrei cominciare questa piccola
meditazione sulla poesia di Giovanni Bollini, con alcune dichiarazioni
di principio, forse di poetica, ma non so bene se il termine sia
appropriato, dicendo che la poesia persegue sempre un difficile
equilibrio tra elementi cognitivi ed elementi emotivi, in altri
termini, tra la ragione e la passione, tra quello che si ha
l’urgenza di
dire e quello che si riesce a dire. In un certo senso, la poesia
è una maniera per parlare d’altro: ogni
affermazione perentoria è come se deragliasse dal contesto
poetico, perché quel dérèglement
de tous les sens, di cui parla Arthur Rimbaud, equivale a
millantare una libertà che si conferma attraverso il limite.
Il limite, difatti, in poesia, è l’arte del non
dire quello che si direbbe se lo scopo fosse semplicemente quello di
comunicare. In realtà, la poesia comunica, per dir
così, alla seconda potenza, recuperando quel pathos
che è stato rimosso per consentire un impiego spregiudicato,
cinico, del materiale linguistico. Scrivere poesie, in un certo senso,
è un mestiere da samurai.
Significa sempre raccontare di un viaggio, come diceva Garcia Lorca,
dopo che si è tornati, e non nel mentre lo si fa.
L’ispirazione, se esiste, è
nell’ebbrezza di quella intuizione originaria che prelude il
verso e che si emancipa nella sua scrittura. Insomma, il corto circuito
della poesia è come l’uroboros
alchemico: va dall’emozione all’emozione dopo aver
attraversato la cognizione.
Giovanni Bollini conferisce ai suoi versi un ampio spazio alla
cognizione, offrendoci, tuttavia, una versificazione accidentata, fatta
di analogie e di metafore precarie, pescate spesso nel lessico della
vita quotidiana, e poste, come dinamitate, in congiunture spesso
improbabili, e a più sensi di lettura. Si direbbe che la
pulsione a dire la verità, o se si vuole la sua
verità, sia l’ossigeno nascente del suo scrivere.
Per cui, una forte valenza autobiografica, una tensione morale, da
confessione generale dei peccati suoi e
dell’umanità, circola in questi versi che fanno di
lui un poeta insieme intimista e civile, disinteressato
all’aspetto musicale del verso, in parole povere
all’imperativo di Verlaine, che invoca de la musique,
e non sembra neppure che abbia tenuto conto di alcun suggerimento della
stagione ermetica della poesia italiana. La sua operazione consiste
nell’elaborare un collage intenzionale, in una certa misura
stocastico, quindi non del tutto promosso dal caso, di congetturare
un’ars combinatoria controllata, che potrebbe risultare una
sorta di sublime parodia della scrittura automatica dei surrealisti.
Un riferimento, tuttavia, assolutamente remoto, perché
nell’incongruità frequente delle locuzioni, in
Bollini emerge sempre, fantasma cognitivo, l’ombra di un
significato possibile. Forse, la poesia in cui Bollini rende
più trasparente l’intenzionalità del
suo versificare, è quella su Auschwitz, costruita con una
sapiente alternanza tra la memoria del genocidio, e la frivolezza dei
turisti che, non percependo la sacralità del luogo, scattano
impudicamente delle foto ricordo, da esibire ai propri amici al
ritorno, come se si trattasse di un bel paesaggio o di un reperto
archeologico.
Per Bollini, invece, quel luogo dovrebbe essere considerato la
cattedrale diruta in cui celebrare una messa da requiem, un
confessionale dell’umanità dove nessuno
potrà mai essere assolto del tutto.
Questo libro delinea un percorso durato molti anni, e si sarebbe
tentati di cercarvi il segno di un cambiamento, o per meglio dire di
un’evoluzione.
Forse, se questa evoluzione c’è, non è
davvero macroscopica, e consiste, se mai, in un piccolo spostamento da
una poesia che amava l’incongruenza, a un’altra
che, invece, coltiva maggiormente una sua tensione logica, un dettato
poetico a presa diretta con gli eventi e con le cose. Dicevo
dell’incongruenza, che Bollini pratica spesso, soprattutto
nelle sue prime poesie, a livello sintattico. Si legga, per esempio:
«gli stati di disagio sono noi seduti sul granito».
Oppure: «già siamo forse tramonto o vespro
soltanto». E ancora: «troppa città nella
notte violata».
Spesso il collage si complica, e sembra che i versi si avvolgano su
loro stessi: «svolge e si svolge, neppure / fosse strano,
neppure / sgomento, raggiungere il bordo / non verosimile della gioia e
della / Perdita a gara insieme». Succede anche che Bollini si
smarrisca in una sorta di elegia amorosa, ma sempre more
geometrico: «… e il respiro di te / che
dormivi, angeletta; tu immagina / che modo immenso di averti
è scrivere».
Mi sembra che Bollini sveli qui la sua più segreta poetica.
Per lui scrivere significa ritrovare con le parole le cose. Oppure fare
delle cose delle parole, conferire al verso la concretezza di un corpo
o di un oggetto. In un certo senso, per passare dalla poesia alla
pittura, Bollini rende giustizia a Paul Klee quando affermava di non
creare, ma di rendere visibile. A sua volta lui si adopera di dare
visibilità alla parola, scoprendo in ogni immagine un
significato come in ogni parola un’immagine, e mettendo in
equilibrio tutte queste polarità. Non amo impiegare il
concetto di postmoderno, perché significa tracciare un
confine tra il Novecento e il secolo che è appena
incominciato, che del Novecento è in grande misura
tributario. È anche vero, però, che nei versi di
Bollini circola come una secchezza, una asperità nuova, che
potrebbe ricordare, e non so se lo gradirà,
un’operazione informatica, ottenuta per mezzo del computer,
come aveva fatto negli anni Sessanta del secolo appena passato Nanni
Balestrini. È come se l’inconscio posto da Freud
nelle profondità della nostra mente si fosse rovesciato,
secondo Sullivan, nel sociale divenuto un labirinto incomprensibile,
quell’incubo da cui Joyce avrebbe voluto svegliarsi. Forse la
poesia postmoderna, se non resterà solo una congettura,
sarà un modo per farci, attraverso il linguaggio di nuovo
purificato della tribù, uscire dal labirinto, magari con
l’ausilio del filo d’Arianna dei mostri elettronici
che metteremo al nostro servizio. Creare è sempre una
operazione da bricoleur, che combina e ricombina, e
Bollini sembra averlo capito benissimo.
Giorgio Celli
* * *
smarrisco appena
le sue mani
involontariamente
attorno
cessa la luce il danno la sorte
cessa la furia cessa lo schianto
e l’agonia
intrappolato
tra la colpa e l’urlo
tra l’incubo e il fiuto
tutto il corpo insano
trascende
l’idea
di lei
* * *
Stimmung
ho sempre conosciuto
l’infinitudine del vento
vivrò dietro lo schermo
della speranza
vivremo tra lenzuola
a vicenda
sommessamente ridendo
a turno, non nascondendo
le cadute. – l’indifferenza
dell’abbandono. ho imparato.
commisuro all’amore
tutta la vaghezza
da chi ama. a chi è riamato.
commisuro all’indifferenza
la clemenza per ogni smarrimento
la condiscendenza dell’errore
dovremo condiscendere
all’attesa, e alla lotta
dovremo saper rimanere
credo in un solo destino, creatore
di tutte le cose visibili e invisibili
credo che sarà forse tempo
ancora
* * *
ritorno a casa. nel volgere del mese
d’autunno,
in tramonto, per queste conche tempestate,
tra il bruciore della foglia e la corsa
diritta nuda dei rami puntati sul mare della luna, ti spero
in amore, terra, ovunque. ma non io soltanto sulla tua schiena,
perché possiamo destarci, e farci straboccare
d’essere in carne in parola in respiro, in cielo di lingue
di nuvola stese ad occidente. come a dicembre ricevimi
ora, gelo grande vuoto che riempio, spazio
che mai ho lasciato, sera che attende la cura, come
di te ho cura adesso, m’ingombro di te;
tu dammi la tua fede scellerata.
* * *
ma non c’era
questa fine anche del dolore, cominciata
un pomeriggio senza udire, come
senti da sott’acqua
mentre guardi undici sagome
sprofonde
che scendono a capofitto
dall’america.
scritta il
giorno del dopo e del prima
0
|