|
Lucia Gaddo Zanovello è
nata a Padova, dove risiede, l’11 aprile 1951.
Ha pubblicato le raccolte di poesia: Porto Antico (1978),
Bramiti (1980), Da serpe amica (1987), Semiminime
(1988), Per erbe più chiare (1988); nel 1998 la raccolta
retrospettiva in cinque volumi Nóstoi (che include
Fiordocuore), Fatalgía, In lúmine, La trilogia
del volo, La partitura; nel 1999 Il sonno delle viole,
nel 2000 Un parlare d’acqua e Solargento, nel 2003
Memodía e nel 2006 Silentissime.
0 |
|
Allitterazioni, rime,
calchi, latinismi, preziosismi, rafforzativi e tutto un susseguente
ar-mamentario formano il bagaglio retorico del quale l’autrice si
serve con grazia e parsimonia, nei punti necessari (verrebbe da dire
“nei punti giusti”, se questo non suggerisse una idea di poesia a
tavolino senz’altro da fugare). E anche i testi in cui simili
accorgimenti abbondano non risultano mai appesantiti grazie alla
musicalità spontanea che essi acuiscono: basti l’esempio della
poesia d’esordio, la quale come spesso avviene organizza il tutto
per inserire il vero punto chiave del libro, ossia le efficacissime
e fondamentali sinestesie: «bagliore acuto del fragore / che dal
tuono oscuro / lucido silenzio ridistilla [...]»; momento a sua
volta fatto reagire con la splendida riscrittura di Gozzano:
«murmure d’esistere giocondo».
Un elenco delle sinestesie deliziose in questo libro sarebbe
piacevole: basti quello nella seguente, memorabile terzina: «occhi
di tufo spugnano ogni luce / un larvare cieco di parossismi svuota
la vita / a gole ardenti di fratelli».
Proprio le continue spaccature della crosta, che rivelano la
passionalità sottesa, rendono significanti i passaggi più simili a
graffiti, oppure a partiture di rumore bianco, un linguaggio privo
di armonici pensato per evitare che il giudizio sia falsato (e il
messaggio interferito) da residui gnomici e abbassamenti tonali di
comodo.
(dalla Prefazione di Sandro Montalto)
* * *
Voci di luce
I
Ogni veduta ruota sottilmente e muta,
i cieli dei tramonti parlano ai fratelli
con grazia di memoria e tono di sapienza
timbro alato di bellezza e melodia
ai conclusi giorni lieti
ma sconcerto e disincanto
se fende, làmina di lúmine,
aspra verità di specchio
e promessa inosservata o delusione
suggeriscono la malinconia.
S’aggira bramosa, ombra sperduta, la ricerca
bestia profana scorta l’equivoco
impaniato nelle zanne dell’orgoglio.
Le chiostre delle stelle sono il pane delle notti,
con gli archi del sonno spezza la stanchezza
di esser carne fra i denti del destino.
Lo sguardo che attraversa il dubbio
supera gli abissi dell’ignoto in volo di lusinga.
È fede radiosa dietro ai rami
quando passa la stellata carica di brina
e smantella il buio, scrollando dietro i pioppi
tetti di neve.
* * *
Lemuri
Immerso nelle umane cose
nell’orizzonte stretto fra i palazzi
ripiega lo spirito respiro
nella noia confusa del disamore.
Nell’appartenenza di una stanza
finisce il premio delle terre
offerto in cima a mari di conquista
e la chiarità celeste, azzurro dono
filante densità di stelle
per la guancia argentea della luna
a tanti sguardi smuore
ipnotici tivú.
L’io dilegua nella mota informe
dell’omologazione
rotante falce che livella gole
ai piatti di portata.
Molti già non rispondono
al fíat dei nati
che in molte case vivono
e in nessuna.
Tanti parlano una lingua
sdrucciola e declive
che non dilava
il velo dell’inconsapevolezza
ma soffoca di venefica schiuma
e la mente bigia scivola
nell’insipienza acuta che balbetta.
Non sa l’aroma del calicanto
il miracolo della sua luce
nei deserti di smog e di rovina.
* * *
Usque ad
Per delitto,
per diletto o follía si consente
la caparbia morte a vita venendo.
Il muro penetrabile affonda nell’assenza.
Il dolore caldo del sangue è gittata
di spirale che cola indefinita,
contiene l’orizzonte,
sguardo radicato a graffio d’amo
nell’humus dell’anima
usque ad diem finis.
Planare è necessario
se il peso d’uso non risale il flusso
rema contro, verso il ritorno
chiude nella cinta del vincolo
inarcando foto-risposte a collana
sul petto della resa celeste
perfetto alla promessa. Assolta.
0 |