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Prefazione
Una delle virtù più importanti in poesia
è l’economia, o meglio la giusta misura,
esercitata nella forma e sposata armoniosamente alla ricchezza
sintattica. La povertà di contenuti che si esprime nella
povertà di linguaggio (la quale a sua volta la genera), il
versicolo colato dal fraintendimento della matrice ungarettiana e
dell’esperienza simbolista (di cui abbiamo ereditato
l’esteriorità e le vaghe pretese ma non la
sollecitazione a un’interrogazione del mondo ontologico), la
generale sfiducia nel ruolo della poesia la quale si limita
perciò a registrare malamente il mondo o a porre domande
senza però più credere di poter esprimere
l’umano: tutto questo partorisce l’avvilente
panorama della poesia che abbiamo sotto gli occhi.
Pochi poeti credono ancora nella poesia (pochi poeti, allora,
“esistono” oggi), sanno divincolarsi da stupide
regole e ricette, infantili idee modaiole, malati impulsi aggregativi,
mandarinali cooptazioni e tenaci prostituzioni. Ancor meno poeti sanno
esprimere se stessi e il mondo (il binomio è assolutamente
indispensabile al fiorire di una vera esperienza poetica) anche
sfidando i sottintesi di alcuni critici o “esperti”
solo apparentemente aperti e consapevoli di quale esperienza fondante
la poesia possa essere, persone pronte ad accogliere tutti ma poi
sussurrare che sì, però, la natura ha fatto il
suo tempo, la storia non insegna nulla, la sperimentazione è
morta (come se la poesia fosse altro)…
Emma Pretti ci consegna ora un libro attento ai segnali del mondo che
la circonda e soprattutto della natura, la sposta spesso a simbolo
senza privarla del suo valore concreto bensì affiancandola
ad esso e potenziando così l’espressione (non si
dimentichi a tale proposito il precedente e prezioso libro Economia
del bosco). È attenta ai segnali che il proprio
corpo e la propria mente lanciano, li rispetta mentre li indaga e non
manca spesso di ricordare di essere persona tra le persone, goccia
unica ma pur sempre nel mare, facendosi così portavoce di un
essere (verbo) umano, dimostrandosi un autentico poeta.
L’autrice fin dal titolo rifiuta la condizione beata e
appagata (preconfezionata, ma perfettamente funzionale) del paradiso
imbracciando il fucile e andando a caccia di falsi idoli e nefaste
illusioni. Le prime due poesie del libro, poi, dicono già
moltissimo: c’è l’«antico
bisogno» che considera la storia sociale e umana,
l’attenzione alle necessità;
c’è il senso della misura che non si affida a
semplicistici concetti di semplicità ma affianca subito
precisazioni ed escavazioni («in un semplice bacio di fervore
/ quanto basta a costruire / il piccolo sogno di noi stessi»;
«Quando sarà ora di andare / me ne
andrò»); c’è lo sguardo a
tutto tondo della terra che coopera «in follia col
vento» e la coperta che non consola «sopra e
sotto»; c’è la natura che si impone e
rifiuta ogni concezione pittorica e idilliaca facendosi dinamica e
disillusa («cede / prigionie alla neve»). Insomma
Emma Pretti fonde precisione linguistica e misura ottenendo
nient’altro che una necessaria fedeltà alla
percezione del mondo (postulando un mondo inconoscibile in maniera
perfetta), in una parola una poesia splendidamente pragmatica, ossia
fedele alle varie valenze della poiesi, e dunque onesta.
E ancora si potrebbe parlare del continuo agire in simbiosi delle forze
linguistiche e fisiche, del microcosmo e del macrocosmo
(«Conosce l’alfabeto soffiato / sopra la garza
mattinale»; «Questo posto accanto alla finestra /
vale quanto un fondale marino»; «controlla la
promessa / senza svegliare il tempo»), della versificazione
che sembra ora adeguarsi al respiro ora agevolare uno scorrere a
precipizio, dell’uso di un referente, una seconda persona
piuttosto vaga ma proprio in forza di questo non inconsistente
bensì malleabile, fondante un dialogo aperto e
vasto… E poi si potrebbe accennare alla difesa della propria
indipendenza poetica (si veda Lezioni e prodigi), a
una certa attenzione alla psicologia saggiamente sottolineata dal
rifiuto di una voce poetica onnisciente («e si ritrasse. /
Per paura o afflizione»), o del valore - anch’esso
oggi latitante - dell’energia e della determinazione (si veda
Inarrestabile)… ma
andremmo troppo lontano, lasciamo che i lettori e i recensori scovino
da soli gli altri aspetti della raccolta. Restano l’amore,
l’amicizia, l’empatia, il tempo ed alcune altre
cose: una buona poesia non è mai facile da esaurire.
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Sandro Montalto
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Inarrestabile
Un punto d’evanescenza apre la tua corsa,
in perfetto silenzio monta di guardia
a un’attesa di per sé avventurosa,
sprofondato fino alle ginocchia
ne conserva il mistero -
non potevi che arrivare con la tempesta,
le sue trombe sonore
le sue maschere d’argento,
i nastri che non vogliono chiome
e pioggia, pioggia per colonizzare
grondaie, rivoli, docce sui prati
ristagni e specchi, moltiplicando
in viali e semafori
le luci affamate pulsanti
che abbandonano il tuo cammino.
* * *
Veglia
È corso giù dai treni
poi tra le mie braccia, il vento,
irragionevole, strisciato in gola di sirene
scomposto lungo povere strade
che la campagna abbuia.
Colore di sabbia e deserto,
misteriose vocali dei profeti
segnano lontananze uniformi
di greggi, ruote, polveri e spari.
Aggrappato a me ha cantato e riso
è venuto a sconfondere i destini
per dirmi: migliore tempo è la corsa
che la corsa consuma.
* * *
A caccia in Paradiso
Le porte che aprono al Paradiso
sono le tue spalle,
interminabili battute di caccia
vi risuonano,
corse frementi, imprendibili furori
un cuore di giungla dove
precipitano le stelle ormai
stanche di restare immobili.
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